Quel fascino antico dell'atleta di Lussino Ecco Fiume illuminata dalla luce naturale. Dopo una passeggiata per il Corso, una sosta in libreria (dove ho acquistato il libro di Zdravka Krpina, L'Italia agli occhi dei Croati, pubblicato dalla Edit, la casa editrice italiana diretta da Silvio Forza), chiedo a Tvrtko di fare un ultimo giro in automobile della città, un giro sintetico, fatto di saliscendi, di passaggi in luoghi già visti di notte, un modo per accomiatarsi da Fiume. La città scorre dietro ai finestrini, e pian piano ci allontaniamo in direzione di Opatija, un saluto al mare, si ritorna all'interno. Pensieri e sensazioni se ne stanno in silenzo, meditiamo entrambi. Tvrtko starà pensando al suo amico che non riesce a dormire se non aiutato dai sonniferi, l'amico che non riesce a far uscire i ricordi dolenti dalla sua mente; io mi rifiguro Giacomo Scotti, nella sua giacca larga, che sta per iniziare un nuovo libro, ma perché è costretto dagli eventi, non per allungare la bibliografia. È questa l'immagine che ho di lui: di un uomo che deve far fronte alla vita e che di volta in volta trova il modo di farlo scrivendo, sia versi sia prosa, e soprattutto raccontando favole sia sue e sia di altri. Montagne, colline, paesaggio agricolo, la strada che s'inoltra, Tvrtko che, prima di tornare, vuol portami a visitare il villaggio natale di Tito. «È sulla nostra strada dice non ti preoccupare, non perdiamo tempo». E infatti, arriva il momento di un bivio ed eccoci in un'atmosfera agreste, piccole case di legno, un piccolo villaggio ricostruito di sana pianta, la scuola, la fattoria, un fiumiciattolo sopra il quale corre un ponticello. Tutt'attorno silenzio. Si chiama Kumrovec. È qui che è cominciata la storia di quest'uomo che oggi non si sa più come valutare. Lui come un pezzo ingente di Storia. D'improvviso vedo il piccolo fiume riempirsi di sangue, il colore vermiglio si espande nell'acqua: è una mia breve allucinazione, significherà qualcosa. Tvrtko dice che gli uomini politici più importanti del paese sono nati in campagna, lontano dalle grandi città. È il caso anche di Tudjman, il primo presidente della Repubblica Croata, morto nel 1999. Anche la sua casetta natale a Veliko Trgovice è sulla nostra strada. Ci fermiamo a guardarla, ma la sosta è più breve. Ci aspetta Zagabria. Tornare in una città dove si è stati poco, ma dove però si è già dormito almeno una volta, fa sempre piacere. È come un succedaneo del ritorno a casa. L'albergo è lo stesso, ho solo cambiato piano, sono piu in alto, e posso guardare giù alla strada, ai passanti, e sento lontano l'eco dei tram azzurrini che attraversano il buio della città. Scendo a camminare. Riconosco la piazza, saprei raggiungere il mercato, ma non ho ancora capito da dove parte la funicolare. Lubiana è più bella, certo, però Zagabria è più città, e a me le città piacciono, m'affascina la possibilità di perdermici. Cammino, puliscono le strade, Paola mi ha detto che al museo archeologico stanno allestendono una mostra che viene da Vienna, una mostra sulle statue antiche che raffigurano i bambini. Ed eccomi, come d'incanto di fronte al museo. Una lama di luce vien fuori dal portone socchiuso. Stanno lavorando. Potrò entrare? Nell'atrio c'è agitazione, quattro o cinque operai provano a far entrare nell'ascensore un grande scatolone, ma non ci riescono. Bisognera portarlo su per le scale. Ma pesa, dentro ci sarà uno dei pezzi di maggior pregio della mostra. Come fare? C'è il direttore del museo, le sue assistenti, c'è Paola, ci sono i rappresentanti del ministero italiano, l'allestitore della mostra. I tempi sono stretti, bisogna lavorare anche di notte. Li lascio alle loro resposanbilità e salgo le scale. Poter visitare un museo di notte, da solo, è una bella esperienza. Le sale sono tutte illuminate, dalle finestre s'intravvede la città, una bella strada alberata, qualche fontana. C'è una stanza che mi attira più di altre, non so perché, forse perché capisco essere la più protetta. Mi c'intrufolo. In fondo c'è una grande statua. Non so ancora bene cosa sia. Capisco subito però che si tratta di qualcosa d'importante. C'è un'atmosfera di sacralità attorno alla statua. Gli occhi vengono investiti dall'emozione della presenza. Leggo i pannelli. Si tratta dell'Apoxyomenos, un'opera di grande rilievo. È stata trovata nel mare antistante Lussino. Risalirebbe al 360-280 a.C. Raffigura un giovane, dal bel corpo, lo sguardo perso nel vuoto. Mi viene da pensare al giovinetto di Mozia. Ci giro intorno. Ho la sensazione di non essere solo in questa sala notturna, come se un rigurgito di passato mi toccasse gli occhi, penso alla fantascienza, alla lama di luce che ho visto fuoriscire dal portone soccchiuso, una luce che sarebbe piaciuta a Spielberg. Guardo, guardo questa statua che si contendono molti musei del mondo, che ha già affascinato gli sguardi di migliaia di persone, e all'improvviso esco. Vado giù per le belle scale del museo, attraverso il portone, sono di nuovo in strada. Mi allontano dal museo. Ma di poco, solo il tempo e lo spazio di girarmi e di guardare da lontano. Sul marciapiede è posteggiato il camion dei trasportatori di opere. Sulla fiancata c'è scritto Kunsttrans, seguito da Wien, Budapest, Prag. Passa il tram numero 13, azzurrino, retrò. La tentazione sarebbe quella di prenderlo e perdersi per sempre.
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Il narratore, dopo aver visitato Fiume, decide di tornare a Zagabria, dove ha già soggiornato. Si ferma a visitare il villaggio natale di Tito, Kumrovec, e poi si dirige verso la città. A Zagabria, visita il museo archeologico, dove scopre che una mostra sulle statue antiche è in corso di allestimento. Dopo aver visto la mostra, il narratore si allontana dal museo e si ferma a guardare il tram azzurrino che passa. Si sente tentato di salire a bordo e di perdersi per sempre. Il narratore riflette sulla sua esperienza e sulla sua sensazione di essere stato colpito dalla bellezza e dalla storia di Fiume e di Zagabria.
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