Nonostante l'usura e la progressiva consunzione, per sessantasei anni la stele di Axum ha rappresentato il simbolo dei fasti e delle vestigia di un impero il cui ricordo è diventato opaco e fissato nella memoria di pochi. Ieri sono stati avviati i lavori di disarticolazione, che si concluderanno entro il mese con il trasferimento della stele nel suo Paese. Sono già stati sezionati i blocchi. Un'operazione che non chiude soltanto una vertenza annosa con l'Etiopia, ma che per qualcuno rischia di cancellare una parte dell'identità della destra italiana che in quei 24 metri di obelisco si riconosceva. Anche se le 160 tonnellate di roccia silicata vecchia di duemila anni sono state sbrecciate da un fulmine, e spesso il monumento ha avuto bisogno di interventi per cui è rimasto celato alla vista dei passanti, chiuso in una gabbia di tubi innocenti, Axum è rimasta sempre palpitante per i simpatizzanti di quell'epoca. Ma non si poteva fare altrimenti: malgrado le proteste vivaci e talvolta spettacolari di Teodoro Buontempo o di Domenico Gramazio (entrambi di An), come di esponenti più estremi come Base autonoma o Fronte nazionale, la decisione di restituire il monumento era stata presa e non si poteva più tornare indietro. Se n'era occupato perfino l'allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, che aveva assicurato alle autorità etiopiche il rispetto del patto. L'accordo era quello stabilito nel 1947; un trattato di pace che prevedeva il ritorno della stele in Etiopia, confermato in un'intesa del 1956 in cui venivano regolate le questioni ancora pendenti tra i due paesi in seguito alla guerra. Nel 1997, appunto, con Scalfaro, furono definite le procedure di restituzione e fu stanziato un miliardo di lire per le spese di smontaggio. Tra proteste, polemiche e rimandi, nel luglio 2002 il consiglio dei ministri, dopo una relazione del premier Silvio Berlusconi, aveva deciso di avviare le procedure per la restituzione all'Etiopia dell'obelisco di Axum. Il titolare del dicastero dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, aveva annunciato l'intenzione di rispettare gli accordi, malgrado le ire dell'allora sottosegretario Vittorio Sgarbi («è un giorno di lutto», ha detto ieri). D'altronde l'Etiopia, per bocca del premier Meles Zenawi, aveva detto: «Non spareremo, ma a parte questo faremo di tutto per riaverlo», riferendosi all'obelisco che svetta davanti alla Fao. E ad Axum, ex capitale imperiale e ancora oggi capitale religiosa, a una cinquantina di chilometri dal confine eritreo, la stele è attesa con trepidazione: è pronta una grande buca, dove sarà infisso l'obelisco.