La scarpata che scende sul Trasimeno. Eccolo il malpasso che inghiottì le legioni romane attirate con l' astuzia dal generale - Quando Flaminio cade in una imboscata. E vaga senza pace, un fantasma senza testa, come Carlo primo d' Inghilterra Dopo aver rifatto per l' ennesima volta quel brutto sogno, il conte Teodorico Moretti Costanzi, luminare di filosofia teoretica all' università di Bologna, decise di fare qualcosa. Arpionò Giancarlo Susini, allora giovane assistente di storia romana, e gli ordinò di passare qualche giorno nella sua villa sul Trasimeno, dove abitava la fonte dei suoi incubi. Perplesso, questi accettò, ben sapendo di non potersi negare a un principe del senato accademico. Quando arrivarono al palazzo del Capra, nobile costruzione in arenaria con cipressi poco fuori il paese di Tuoro, il conte mostrò il ritratto di una giovane antenata del sedicesimo secolo, uccisa - si vociferava - per una questione rusticana. Costei, disse, gli appariva di notte e gli sussurrava: "Teodoricooo, le mie ossa non trovano requie sono sepolte fra ceneri di infedeli Mi troverai nel viale, sotto il terzo cipresso. Vieni aiutami a riposare in pace". Ci aveva provato, il conte, a scavare sotto quell' albero, ma non aveva trovato niente. Solo il giovane Susini avrebbe potuto risolvere l' enigma, per amore o per forza. E Susini venne; perse il sonno, deambulò col sole e con la luna nel viale dei cipressi, finché capì. L' albero dove si era cercato non era quello giusto. Era il quarto, perché il terzo era stato tagliato molti anni prima. Lo spazio vuoto c' era ancora: lì bisognava scavare. E lì, infine, si scavò. La trovarono subito. Uno scheletro di donna con una croce d' argento, in mezzo alle ceneri di migliaia di maschi di epoca romana. Non ci volle molto a capire che erano i morti del Trasimeno. Dopo la battaglia Annibale vittorioso aveva fatto costruire un "Ustrinum", una camera di combustione, per cremare una parte dei ventimila caduti della seconda battaglia campale fra Roma e Cartagine. Venne il prete, vennero i Carabinieri col magistrato, la dama infelice fu esumata e nuovamente sepolta in terra consacrata, con tutti gli onori, davanti alla famiglia Moretti Costanzi. Invece per le ossa dei romani uccisi cominciò, come vedremo, un tempo senza pace. "Ecco qui" fa Giovanni Brizzi, l' esperto annibalico che m' accompagna in viaggio, e s' accuccia alla base di una scarpata erbosa, presso una porticina simile a un forno di pizzeria. A vedere ciò che resta della fossa cinquant' anni dopo la scoperta, sono venuti Ermanno Gambini, specialista di geografia storica, e Lorenzo Borgia, assessore alla cultura del Comune di Tuoro. C' è pure il custode della villa, serissimo in canottiera, col mazzone di chiavi alla cintura. Intorno, ulivi contorti, quasi squartati, come mezzene di bue. Cinque-sei metri più in alto, in mezzo alle cicale, come sospeso in una luce bianca acciecante, l' imbocco della voragine cilindrica della fornace. Guardiamo dentro: le ceneri dei caduti non ci sono più. «Le hanno portate a Firenze - mi spiegano - ma si teme che siano sparite dopo l' alluvione, che devastò gli scantinati della soprintendenza». Non so interpretare l' evento. Morti insepolti? Ombre dannate per sempre? Ma forse no: dopo il fuoco era semplicemente arrivata l' acqua purificatrice, come il Gange a Benares sui resti degli indù. «Chissà se tra quelle ceneri c' era anche Flaminio», chiedo a Brizzi. Flaminio era il console caduto nell' imboscata, ucciso in combattimento da un guerriero insubro partito a testa bassa contro di lui. «Anche il conte Moretti Costanzi voleva che questa fosse la tomba di Flaminio, ma così non era Il console del Trasimeno resta il grande assente fra noi. E' un fantasma che vaga, come quello di Harry PotterMa per capire è giusto che andiamo a vedere cosa accadde sul lago». Zanzare, canneti, aria di temporale, una scarpata che scende sul Trasimeno. Eccolo il malpasso che inghiottì le legioni. E' l' unico punto dove strada, ferrovia, superstrada e pista ciclabile si imbottigliano in uno spazio di pochi metri. Lo guardi e pensi: solo un idiota poteva cacciarsi lì dentro. Ma Flaminio lo fece. Perché? «Semplice - risponde Brizzi - i romani ritenevano che le battaglie campali non dovessero comportare trucchi. Le regole d' ingaggio dovevano essere trasparenti. Ci si schierava in campo aperto e ci si confrontava». E Annibale? «Annibale è cartaginese ed è intriso di cultura greca. L' astuzia, per lui, fa parte della guerra. Quando sulla Trebbia ordina al fratello Magone di acquattarsi in una valletta con i suoi cavalieri, gli dice: vai tranquillo, Romani nihil ad hoc genus belli adsueti i Romani non sono abituati a questo tipo di guerra». Ma il corpo del console? «Ci ho messo anni a scoprire cosa accadde. Sapevo solo che l' insubro l' aveva ucciso per vendicare i suoi morti, e il saccheggio delle sue terre da parte dello stesso Flaminio in terra lombarda» Ci fermiamo a bordo lago. Un treno passa sferragliando, il rombo della superstrada aumenta, una ragazza urla tra i canneti. «Ho trovato un passo di Livio che spiega tutto. Un flash back del Trasimeno, ambientato anni dopo. Annibale è scontento dei suoi soldati, sfiancati dagli ozi di Capua, e si lamenta: Ubi ille miles meus est, qui derepto ex equo Caio Flaminio consuli caput abstulit? Dov' è finito quel mio soldato che fece cadere da cavallo il console e gli tagliò la testa?». Ecco perché Flaminio vagava senza pace. Era un fantasma senza testa, come Carlo primo d' Inghilterra. Tuoro è un paese segnato da una gran vista e una querula atmosfera papalina. Dappertutto, la Gran Memoria. Hannibal Café, agriturismo Annibale, centro di documentazione Annibale. Il Comune ci dà dentro alla grande: visite guidate, esposizioni, convegni. In un' osteria ci dicono: «Se cercate ossa di cartaginesi, andate al poggio di Pian di Marte. C' è una chiesa sconsacrata, e la cripta ne è piena Le hanno trovate pochi anni fa». Il Trasimeno è pieno di misteri. Li trovi narrati nelle cronache di un certo abate Liverani; raccolti nella "Wunderkammer" dell' abbazia di Farneta, la stanza delle meraviglie riesumate dal defunto priore; persino evocati dai fuochi di San Giovanni accessi fino a cinquant' anni fa sul luogo della battaglia. Pian di Marte, che bel nome di guerra. Come Sanguineto, poco lontano. O la fonte d' argento, detta anche di Annibale, sulla strada per Roma. Oppure la Casa delle Vedove, dove la tradizione vuole che che si trovassero le mogli dei legionari caduti. "Vox populi" ce n' è quanta se ne vuole sulla sconfitta del Trasimeno. A Pian di Marte, dicono in paese, si sarebbe rifugiata una parte della cavalleria romana, ma il generale Maharbal avrebbe costretto alla resa i fuggitivi e annientato i rinforzi guidati da Gneo Servilio. Il posto è fantastico, fuori dal mondo. Una grande locanda, una stalla resa abitabile e la chiesa di San Cristoforo, col tetto appena rifatto e, sotto, un altare con le insegne dei Cavalieri di Malta. Alessandro, proprietario del luogo, è un tipo trimalcionico con un testone riccioluto così straordinario che se avesse accanto un grappolo d' uva sarebbe Bacco perfetto. Ci accompagna a vedere le ossa, apre una botola di legno sul pavimento della chiesa, ingombra di attrezzi destinati al restauro, e con una torcia illumina lunghi femori nel buio. «Non avvicinatevi troppo, là sotto l' aria è mefitica», avverte. «Sono ossa gigantesche, le abbiamo misurate con una microcamera; appartengono a uomini di due metri. Quando li abbiamo trovati, la gente ha subito detto: sono cartaginesi. Ma io non ci credo affatto. Questa chiesa è costruita su ruderi precedenti, sta su una piccola necropoli. Quando il posto era abbandonato, veniva gente a fare messe nere. I pastori qui intorno hanno visto i fuochi da lontano». Il profumo della cena ci richiama imperiosamente al mondo dei vivi: rigatoni alla pagliata, scottiglia mista di carni, crostata all' amarena, vino Ciliegiolo di Narni. Ce la scodella Angela, la bionda compagna di Bacco, che Brizzi identifica subito nel "perfetto archetipo di Flora", la dea della natura che segue le tre grazie nella Primavera di Botticelli. Dormiremo qui. Intorno lucciole e stelle, lampi lontani, ombre nere di colli, nebbie azzurrine negli avallamenti. Nessuna luce. La foresta risuona come un' Arca di Noè. Rane, grilli, pecore, voci di pastori. Su tutto, il richiamo dell' assiolo, regolare come un "S. o. s.".
la Repubblica
9 Agosto 2007
✓ Entità verificate
Racconto estivo: il ritorno di Annibale e la tomba del console
PA
Paolo Rumiz
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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