Dal 2004 sono cresciuti enormemente i furti in chiesa. Tra le cause, la diminuzione di sacerdoti, che rappresentavano un presidio di controllo. Ma pure la caduta di un tabù che preservava il «sacro» È facile rubare nella casa del Signore. I ladri di opere d'arte traggono vantaggio dalla crisi delle vocazioni: in tutte le chiese italiane prima c'erano parroci, sacerdoti e perpetue, oggi molte sono deserte, nessuno le controlla. Approfittano dell'ospitalità degli edifici di culto, luoghi aperti, che devono accogliere, non tenere alla larga. Hanno soprattutto alle spalle un buon numero di mandanti - ricettatori, mercanti o collezionisti - a caccia di oggetti sacri. j Ogni mese vengono svaligiate almeno 45 chiese, quasi sempre su commissione. Da alcune scompare un crocifisso antico, una serie di candelabri, un dipinto. Altre vengono depredate, svuotate di ogni ben di Dio. Solo nell'ultimo triennio i colpi messi a segno sono stati circa 1500 (464 nel 2004, 483 nel 2005, 546 l'anno scorso) e hanno fruttato un bottino fatto di diecimila piccoli e grandi capolavori, in gran parte di epoca medievale, rinascimentale e barocca. Santi, bambinelli, decorazioni, reliquiari, capitelli, quadri, fonti battesimali, acquasantiere alimentano un vasto mercato clandestino - particolarmente florido in Italia e in Francia - dove la quotazione per un altare può raggiungere il mezzo milione di euro. «Talvolta ci è capitato di trovare cappelle e sacrestie spogliate da cima a fondo» lamentano al comando del Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri di Napoli, una delle città più colpite «Niente più colonne, dipinti, banchi per la preghiera o arredi. Persino i pavimenti di marmo si sono portati via». La tendenza di questo particolare settore dell'illegalità, spiegano le cifre, è in crescita e non c'è altro posto in Italia cosi preso di mira dalla criminalità specializzata in patrimonio artistico. Sicuramente non le sedi di enti pubblici e privati che custodiscono statue, reperti archeologici o altri pezzi pregiati: qui le visite dei ladri non sono state più di 65 nell'ultimo anno. E tanto meno i musei, sempre più protetti e sicuri, dove i furti (18 nel 2005, 14 nel 2006) continuano a diminuire. «Guardando il fenomeno con gli occhi del credente» osserva don Stefano Russo, direttore dell'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici «è difficile dire se sia peccato più grave rubare in chiesa piuttosto che da un'altra parte. Certamente però i furti nei luoghi sacri hanno un'aggravante: le opere sottratte, oltre al valore economico e artistico, sono preziose per la comunità di fedeli cui appartengono, importanti da un punto di vista religioso». In cima alla lista del bersagli dei malviventi, tra le 85 mila chiese storiche del nostro Paese, ci sono quelle dove la messa si dice di rado o meglio ancora quelle dove l'attività liturgica è sospesa da tempo. I sacerdoti diocesani d'altronde sono oggi 33 mila, il 20 per cento in meno rispetto a trent'anni fa, e la parabola del clero ha avuto ripercussioni anche sugli edifici di culto, in molti casi disabitati. La scelta di cosa arraffare ricade invece su opere poco note, più facili da piazzare, che «una volta trafugate» spiega don Russo «sono spesso smembrate per essere rese irriconoscìbili: tagliando una pala d'altare si possono ricavare anche sei, otto quadri diversi». Operazione che la dice lunga sul mondo che c'è dietro questo fenomeno: «Si tratta di organizzazioni molto efficienti, composte da esecutori materiali, intermediari, restauratori, ricettatori e antiquari compiacenti» nota il colonnello dei Carabinieri Giovanni Pastore, vicecomandante del Nucleo tutela patrimonio culturale, «non certo di ladruncoli improvvisati». E poi ci sono, è ovvio, i clienti: i collezionisti, ma anche tanti semplici benestanti che trasformano l'altare in tavolo da giardino, gli arredi sacri in tende per la sala da pranzo, l'acquasantiera in lavandino per la casa di campagna. L'attività di contrasto dei Carabinieri si è via via affinata, è stato costruito un grandissimo archivio informatico che contiene 2,6 milioni di schede sulle opere d'arte rubate in tutto il mondo (non solo ecclesiastiche) e attualmente viene recuperato almeno il 30 per cento della refurtiva. Mentre la Cei, la Conferenza episcopale italiana, da qualche anno sta dirottando parte dei fondi dell 8 per mille, 24 milioni di euro, alla realizzazione di sistemi d'allarme. E così dove prima c'era il prete che vigilava sui fedeli e sulla parrocchia, ora c'è un antifurto. Le diocesi compilano un modulo ad hoc, allegano la relazione tecnica e il preventivo, e ricevono dalla Cei un contributo di 19 mila euro, sufficienti per un impianto di sicurezza semplice semplice (una sirena collegata a un rivelatore antintrusione ad ogni ingresso). Per ora le chiese con l'antifurto sono 5254, il 6 per cento del totale. «Un altro deterrente importante è l'inventario dei beni culturali ecclesiastici, avviato dalla Cei nel 1996» aggiunge il colonnello Pastore. «Molti casi non vengono nemmeno denunciati perché senza foto è impossibile ritrovare gli oggetti sottratti. La schedatura di tutte le opere facilita dunque l'attività investigativa in caso di furto. Inoltre, quando sono riconoscibili, diventano anche meno appetibili per mercanti e collezionisti. Purtroppo la catalogazione prosegue a rilento». Doveva finire nel 2005, ma solo 60 diocesi su 225 hanno rispettato la scadenza, mentre 11 non hanno nemmeno iniziato: immagini digitali e descrizioni dettagliate esistono così per due milioni di beni, meno della metà del totale. Qualcosa, infine, si sta muovendo anche sul fronte normativo per tutelare meglio, anche penalmente, tutti i capolavori Italiani: il Consiglio dei ministri ha approvato, alla fine di maggio, un disegno di legge delega che prevede, tra l'altro, un inasprimento delle sanzioni per i predatori d'arte e il prolungamento dei tempi di prescrizione dei reati contro il patrimonio culturale. Difficile, invece, sperare nel pentimento dei topi di sacrestia. In un decennio solo tre o quattro delinquenti hanno riportato in chiesa la refurtiva e si sono autodenunciati. Chiaramente nel segreto del confessionale.
Se il parroco non c'è, i ladri svaligiano: 546 colpi in un anno
Il fenomeno dei furti in chiesa è cresciuto enormemente negli ultimi anni, con oltre 1500 casi segnalati nel triennio 2004-2006. I ladri traggono vantaggio dalla diminuzione delle vocazioni e dalla caduta di un tabù che preservava il sacro. Le chiese, spesso deserte e senza controllo, sono facilmente accessibili. I furti sono spesso commissi su commissione, con mandanti e ricettatori che cercano di vendere gli oggetti rubati. Il bottino frutto di questi furti è stato valutato in decine di migliaia di euro, con opere d'arte di epoca medievale, rinascimentale e barocca.
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