Storia di un ufficio abolito per referendum ROMA - «Lo chiamano spacchettamento, ma qui i pacchi siamo noi», si lamenta una dipendente del dipartimento del Turismo. Fra le tante assurde vicende della burocrazia italiana, questa è sicuramente una delle più assurde. Quattordici anni fa un referendum stabilì che in Italia non doveva esistere il ministero del Turismo e dello Spettacolo. Fu abolito, ma di turismo e spettacolo qualcuno doveva pure occuparsi. Per cui gli uffici furono trasferiti alla Presidenza del Consiglio. Poi, nel 2001, si fa il riordino dei ministeri. Nella nuova architettura dello Stato progettata dalla riforma Bassanini, il Turismo diventa una struttura non più della Presidenza, bensì del neonato ministero delle Attività produttive (lo Spettacolo invece finisce fra i Beni culturali). Adesso, ad appena sei anni di distanza, arriva un nuovo riordino e per il Turismo si decide un altro trasloco: dietro-front, si ritorna sotto il tetto della Presidenza del Consiglio. Lo ha voluto il vicepremier Francesco Rutelli, per poter riunire sotto di sé le deleghe della Cultura e del Turismo. In questi casi, in genere, il trasferimento non è un trasferimento fisico: gli uffici rimangono al loro vecchio posto e i dipendenti pure. Il Dipartimento del Turismo negli anni è rimasto sempre in via della Ferratella in Laterano, però ha cambiato amministrazione di appartenenza, regole di lavoro, organigramma. E soprattutto con gli accorpamenti cambiano le condizioni economiche, le indennità, la disciplina degli straordinari. Si alimentano rivendicazioni e malumori. E alla fine i costi per lo Stato aumentano sempre.