DIBATTI IO Dopo Niemeyer anche l'architetto americano parla dei «fantasmi» del Belpaese La maledizione per gli architetti italiani, sembra essere quella di dover vivere e lavorare in un paese pieno di fantasmi. E che fantasmi: Palladio, Brunelleschi, Leon Battista Alberti. Questa, almeno, è l'opinione delle «archistar»: l'ultimo ad avvalorare questa ipotesi è stato, in ordine di tempo, il quasi centenario Oscar Niemeyer che a proposito dell'Italia soltanto qualche giorno fa aveva detto: «l'Italia è un paese bellissimo, un museo a cielo aperto dove lavorare è forse più difficile che da altre parti, almeno per gli architetti che debbono confrontarsi costantemente con modelli troppo importanti». E, tanto per fare un nome, aveva immediatamente citato il Palladio. Sulla stessa linea si colloca ora l'americano Richard Meier (il Pritzker Prize da lui vinto nel 1984 a soli 49 anni lo rende il più giovane premiato di sempre con il Nobel dell'architettura) che l'Italia la conosce molto bene visto che tra le sue opere ci sono (tra l'altro) la contestatissima «teca» dell'Ara Pacis a Roma, la ben più «tranquilla» Chiesa Dives in Misericordia nel quartiere di Tor Tre Teste sempre a Roma (il progetto gli è val-so a suo tempo l'Oscar per l'architettura sacra assegnato dall'Università di Pavia), il più recente Centro di Ricerca e innovazione dell'ltalcementi all'interno del cosiddetto Kilometro Rosso di Bergamo. «Progettare a Roma dice Meier è complicato: c'è sempre un modello da sfidare. E se è difficile per me che sono americano, a maggior ragione deve esserlo per un italiano». Dunque, Roma «città troppo ricca in architettura» (anche lui, come Niemeyer, parla di «museo a cielo aperto», sarà un classico) per uno come Meier (a sua volta cugino di un'altra «archistar» come Peter Eisenman quello del Memoriale alle vittime dell'Olocausto di Berlino) che tra i suoi modelli (accanto a Le Corbusier e Alvar Aalto) cita le tre «B» di Bernini, Bramante e Borromini. E che si definisce «un americano tradizionalista nel modo di vedere il Belpaese». Dietro la sua calma apparente, però, Meier non manca di lanciare accuse: «L'Italia è l'unico paese al mondo dove ad essere contestati sono sempre e solo gli edifici pubblici. In America succede esattamente l'opposto, si contesta solo sul lato dell'architettura privata» (aggiungendo «l'Italia è anche l'unico paese dove i nuovi edifici si inaugurano più di una volta»). Una realtà che Meier ha sperimentato sulla propria pelle soprattutto nel caso dell'Ara Pacis («A Roma non può essere fatta una cosa che sta bene alla periferia di Los Angeles»). Per qualcuno soltanto un edificio «fuori scala» rispetto al contesto, per altri (da l'ex-ministro Gianni Alemanno a Vittorio Sgarbi a Paolo Portoghesi) un obbrobrio letteralmente «da cancellare» (c'è chi lo ha paragonato all'ecomostro di Punta Perotti). Meier difende a spada tratta la sua scatola di vetro: «L'ho pensata proprio a misura per quello spazio, può sembrare troppo grande ma è proporzionata al monumento che contiene, l'Ara Pacis appunto». E nonostante stimi Veltroni (che ha ripetutamente difeso il suo progetto) arriva a dire che secondo lui «è più facile lavorare a Venezia che a Roma». Perché? «A Roma ci sono troppe sollecitazioni. Di ogni genere». E aggiunge «Quella dell'Ara Pacis è stata una strada lunga, all'inizio è stato più che altro un problema politico e così ho scoperto che in Italia, a differenza che negli Stati Uniti, la politica sembra avere molto a che fare con l'architettura». I suoi modelli? «Le Corbusier che ho avuto la fortuna di incontrare a Parigi, quando ero ancora molto giovane». I suoi ideali? «Mi interessa semplificare le cose, non complicarle, cercare di arrivare all'essenza è uno dei classici del pensiero di Meier- . Il mio amore per l'Italia nasce proprio da qui, dalla voglia di trasformare l'Italia nel luogo ideale per sperimentare il rapporto tra l'ie-ri e l'oggi, tra il presente e il passato». Più che capire come un edificio «si possa relazionare con ciò che lo circonda», Meier sembra voler in qualche modo comprendere «come l'architettura possa migliorare la realtà» («Roma deve imparare a vivere come una città del XXI secolo» dice). È successo, in fondo, in un progetto periferico come la chiesa Dives in Misericordia nel quartiere di Tor Tre Teste: a cominciare dall'elemento religioso, «un tema complesso» visto che Meier oltretutto è di religione ebraica. «È stata una bella sfida, anche se in qualche modo mi sentivo più sicuro perché nessuno in Italia osa toccare il Vaticano». Ma anche qui arriva la precisazione: «Quando passa troppo tempo tra un progetto e la sua realizzazione, crescono anche i problemi, perché è segno che qualcosa non va tra il committente e l'architetto». E qui parlano le cifre: undicianni (1995-2006) per l'Ara Pacis, solo sette (1996-2003) per quella Chiesa pensata per il Giubileo che ha entusiasmato persino il Vaticano: «mi è piaciuta la sfida di creare un luogo che potesse offrire nuovi stimoli alla religiosità» («pareti trasparenti, tetto lucernario e spazi spogli vogliono essere un invito al raccoglimento, evocando l'illuminazione religiosa»). Anche quelle tre grandi vele bianche che «dovranno condurre verso un nuovo mondo» potrebbero però in qualche modo confermare il pensiero di Meier: visto che sono state edificate non a caso in periferia dove, appunto, «i modelli con cui un architetto deve confrontarsi sono sicuramente meno rispetto al centro storico di Roma». Sarà per questo che anche le «archistar» amano sempre più spesso confrontarsi proprio con le periferie, persino le più degradate?
Richard Meier: un museo a cielo aperto, ogni opera è ma sfida. Difficile progettare in Italia. Troppa politica
Oscar Niemeyer ha detto che l'Italia è un paese bellissimo, ma difficile per gli architetti italiani che devono confrontarsi con modelli troppo importanti. Richard Meier, anch'egli archistar, ha espresso un'opinione simile, affermando che progettare a Roma è complicato a causa di troppe sollecitazioni. Meier ha anche lanciato accuse contro l'Italia, affermando che è l'unico paese al mondo dove gli edifici pubblici sono sempre contestati, mentre in America si contesta solo l'architettura privata. Ha difeso il suo progetto per l'Ara Pacis a Roma, affermando che è stato pensato per lo spazio e non troppo grande.
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