Gli ostacoli che Ardea pone al trasferimento della tomba di Manzù in Santa Maria Maggiore non scateneranno certo una lite tra le due città. Bergamo ci tiene, certamente, ad avere le spoglie dello scultore, ma non è un punto discriminante del «Progetto Manzù» che la giunta ha in mente. Anche se dovessero restare solo il cardinale Longo, Donizetti e Simone Mayr, gli illustri bergamaschi tumulati in Basilica - oltre naturalmente al loro «vicino» Bartolomeo Colleoni - non sarebbe un dramma. A dirlo chiaramente è il sindaco. «Sulla tomba sono anch'io un po' perplesso» ammette Cesare Veneziani. «Pare che Manzù desiderasse essere sepolto ad Ardea. La moglie Inge dice che la sua aspirazione era tornare alla città natale, ma ora è difficile sapere quali fossero le sue esatte volontà. Mi auguro che in ogni caso il discorso sulle opere possa andare in porto, sarebbe un bene per tutti». Cosa pensa della reazione di Ardea? «Nei consigli comunali, in queste situazioni se c'è una frangia che si oppone riscalda gli animi. La verità è che la Collezione è trascurata. Del resto, io ho scoperto che esiste Ardea quando mi hanno detto che ospitava le opere di Manzù, e come me credo molti. Bergamo ha un altro richiamo, è una città di cultura, l'Accademia Carrara è conosciuta in tutta Europa. Non sempre però in Italia le cose vanno secondo la logica: chi grida di più...». Ardea protesta per la questione della tomba. La rotazione delle opere potrebbe seguire un binario autonomo? «Il progetto museale è sicuramente importantissimo. Non credo che tutti coloro che sono interessati alle sculture del Manzù sentano il bisogno di andare a dire una prece sulla sua lapide. Il legame fra le due cose non mi pare decisivo». Intende insistere con Roma? «Ora deve intervenire il ministero dei Beni culturali, tocca a loro decidere. Io aspetto. Bergamo ha avanzato la sua proposta, la nostra attenzione è massima». Bettoni è disposto a collaborare con il Comune? «Mi pare di sì, anche se io e lui non ne abbiamo parlato direttamente. È un grande estimatore di Manzù, e credo che sarebbe felice se un'operazione del genere andasse in porto. Mi sembrerebbe strano se non fosse così». Quali sono gli elementi qualificanti del progetto? «Dev'essere chiaro che, se faremo un museo, dovrà raccogliere delle opere significative, e in numero consistente. Un turista dalla Germania o dalla Francia deve sapere che viene a Bergamo a vedere i pezzi più importanti di Manzù. Altrimenti, se dev'essere una cosa raffazzonata, non vale la pena. Non pretendiamo che lo Stato dia a Bergamo le opere di Manzù, esse restano di sua proprietà, però devono essere qui. Noi garantiamo - abbiamo tutto l'interesse di farlo - che allestiremo un museo adeguato». Quale parte di Sant'Agostino verrebbe utilizzata? «Ho chiesto agli assessori Marabini e Puppi di verificare. La grande navata dell'ex chiesa si presterebbe molto bene, perché è adatta anche per statue di notevoli dimensioni». C'è anche un problema di sicurezza. «Naturalmente: sarebbe necessario fare degli impianti che hanno un certo costo, ma su questo l'amministrazione si impegna. Non so poi se Sant'Agostino sarebbe la sede definitiva o se in futuro riusciremo a collocare il museo in un contenitore migliore. Lo vedremo». L'Università, alla quale doveva essere destinato il complesso, accetterà questa soluzione? «Le resterebbero comunque molti spazi, la parte ristrutturata che ci verrà consegnata ha una superficie notevole. Ho parlato con il rettore e mi pare che non abbia niente in contrario. Del resto, i progetti di espansione dell'università per il futuro guardano ormai all'Ospedale vecchio: in Città alta non si possono concentrare eccessivamente le sue attività».