Da Tokyo a Boston, rischiano la demolizione i capolavori del '900. Ma in Italia rivive l'opera di Gio Ponti Ogni due anni, un premio alla tutela di un'opera architettonica contemporanea: il Monument Knoll Modernism Prize. L'ha istituito il World Monument Found e il premio prende il nome dalla munifica impresa che lo finanzia, la Knoll Inc., appunto. Iniziativa tanto più lodevole se si pensa ai rischi che corrono i capolavori dell'architettura del Novecento: bersagli di operazioni speculative e di inconsapevoli trasformazioni, pian piano scompaiono. Della misura del rischio da conto Cristiana Chiorino sul mensile «Giornale dell'architettura» con una breve ma significativa rassegna. A Tokyo si annuncia la demolizione della Nakagin Capsule Tower, costruita nel 1972 da Kisho Kurokawa e considerata uno dei rari esempi superstiti del movimento «metabolista»: una torre alla quale sono aggrappate minime cellule abitative, capsule cubiche dotate di un'unica finestra orbicolare. È stato l'esempio più clamoroso della densità abitativa e insieme dell'organizzazione meticolosa e ossessiva della vita produttiva del giapponese medio. Ciò nonostante si pensa seriamente di buttarla giù per costruire un'altra torre e aumentare di oltre la metà la superficie utile: obiettivo immobiliare lontanissimo anche dalla proposta dello stesso Kurokawa, che ha offerto di progettare nuove capsule, più grandi. Un altro edificio a rischio, questa volta negli Usa, è il Cyclorama Center a Gettysburg, in Pennsylvania, progettato da Richard Neutra tra il 1959 e il 1962 per ospitare il celebre quadro di Paul Philippoteaux «Picket's Charge». Il paradosso è che la distruzione si renderebbe necessaria per ragioni di restauro storico-paesaggistico (o meglio di turismo bellico), giacché la costruzione si trova esattamente sulla linea della battaglia che l'esercito dei Nordisti combattè nel 1863 contro i Conferderati. C'è voluta la mobilitazione del popolo di Internet, con una massiccia campagna di opinione, per convincere gli immobiliaristi della Prefered Real Estate Investement a recedere dall'intenzione dì radere al suolo i Laboratori Bell nel New Jersey, opera che risale al 1962 di Eero Saarinen, l'architetto del Terminal Twa dell'aeroporto di New York. È andata peggio a Paul Rudolph, di cui spariscono uno dopo l'altro i lavori più apprezzati: ultima in ordine di tempo è la demolizione della casa progettata per lo psicoanalista Louis Micheels, nel Connectìcut. Anche un altro suo palazzo, costruito a Boston per gli uffici della Blue Cross Blue Shield, doveva andare giù sei mesi fa per lasciare spazio ad un nuovo grattacielo di Renzo Piano, ma l'architetto genovese ha rinunciato. Per il momento. Intanto i fan di Philip Johnson, l'inventore dell'architettura postmoderna, tengono il fiato sospeso per la sorte della Alice Bali House di New Canaan, messa all'asta per tre milioni di dollari ma non ancora aggiudicata. Arriverà prima il National Trust for Historic Preservation ottenendo un vincolo di tutela come «residenza storica»? Dopo aver vincolato un'architettura contemporanea si pone il problema di conservarla, affidandole spesso nuove funzioni (e in genere, fabbriche o ville che siano, finiscono per diventare musei) e restaurandola. Ma come si restaura il cemento armato, come si recupera il linoleum? È opportuno riprodurre un materiale tecnologico di cinquant'anni fa? Addirittura, bisogna far leggere i segni di eventuali trasformazioni avvenute nel tempo, attribuendo così anche alla Modernità un suo diritto alla «patina»? Gli interrogativi chiamano in causa tutti i dubbi e le polemiche relative al restauro dell'architettura contemporanea, che prospetta difficoltà nuove, assolutamente inedite rispetto alle rassicuranti convenzioni sulla conservazione dell'antico. In questa incertezza, il recente restauro, terminato nel 2005, del grattacielo Pirelli di Milano, attuale sede della Regione Lombardia, può essere considerato un punto fermo per tutte le azioni di restauro del Moderno che avverranno in Italia e nel resto del mondo nei prossimi anni. Il recupero del capolavoro di Gio Ponti e Pier Luigi Nervi, grattacielo con le strutture di cemento armato, costruito tra il 1958 e il 1961, concentrato delle più avanzate tecnologie e dei più moderni materiali dell'epoca, fu reso urgente dall'incidente aereo del 2002. A quel lavoro è stato dedicato un volume appena pubblicato da Skira e curato da Maria Antonietta Crippa: Il restauro del grattacielo Pirelli (pp. 156, euro 49). Con un ricchissimo apparato iconografico, vi si ricostruiscono nel dettaglio - anche tecnico - le diverse fasi del progetto di restauro affidato agli studi d'architettura Renato Sarno Group e CorvinoMultari: il recupero della facciata, con i mosaici e la vetrata continua, l'auditorium, l'aula consiliare, il grande spazio belvedere al trentunesimo piano, la piazza-collina. Ad interventi di ricostruzione si sono affiancate azioni di nuova progettazione dichiaratamente contemporanea, intesa come interpretazione dell'opera e non come presuntiva imitazione di quel che è andato perduto. «Il progetto di Sarno e MultariCorvino - scrive Crippa - è stata la prima importante occasione, nel mondo, di un restauro che ha tenuto in massima considerazione l'impegno di non cambiare i connotati, materiali e formali, di un monumento moderno di notevoli dimensioni e di tipo industriale. L'approccio restaurativo latino, che ruota intorno agli assunti della ormai celebre Carta di Venezia del 1967, ha potuto qui dimostrare le proprie potenzialità rispetto alla linea anglosassone, che ha il principale riferimento nella Carta di Burra (Australia, 1979)», Ma chi sono gli autori di questo restauro esemplare? Renato Sarno ha restaurato a Milano il Castello sforzesco e la Galleria Vittorio Emanuele II e a New York, per rimanere nel Moderno, si è preso cura degli acciacchi del Palazzo delle Nazioni Unite, di Oscar Niemeyer. Ma Sarno non si occupa solo di conservazione: attualmente sta realizzando le Torri nel Parco, un complesso residenziale in una area industriale dismessa di Sesto San Giovanni, la Stalingrado d'Italia, come si diceva quando gli operai assomigliavano ancora al Cipputi di Altan. Renato Sarno è tarantino, a Milano ci sta da 1973, anno in cui aprì lo studio dopo essersi laureato a Roma. E l'ambiente di formazione - quello romano - è tutt'altro che indifferente ad una cultura del restauro del Moderno, capace di fornire strumenti teorici efficaci, come è avvenuto per i 127 metri d'altezza del grattacielo di Ponti. E pur tuttavia Giovanni Multari ammette oggi, nell'intervista a Valentina Fisichella e Chiara De Simone che si pubblica nel volume: «Il paradosso è che non avevamo strumenti disciplinari, o scuole di specializzazione in restauro. Abbiamo affrontato le questioni con un metodo che ha un fondamento pragmatico, disciplinare, che abbiamo già adottato nel progetto di piazza dei Bruzi (un lavoro eseguito a Cosenza nel 1998, ndr), se vogliamo anche questa un'operazione di restauro del moderno». Vincenzo Corvino, napoletano, e il cosentino Giovanni Multari, poco più che quarantenni, oltre a condividere lo studio sono anche docenti all'Università di Bologna. Il restauro del grattacielo Pirelli ha certo cambiato la loro vita, ma che l'architettura moderna si dovesse mettere sulla loro strada era forse inevitabile. Lo dimostra il restauro, che è stato affidato loro dopo la vittoria in un concorso, della Torre delle Nazioni, l'opera razionalista di Venturino Venturi, uno degli edifici superstiti del Piano di Marcello Canino per la Mostra d'Oltremare di Napoli. Un altro capolavoro del Novecento che pareva destinato alla lenta, inesorabile rovina.