L'architetto ha progettato la sede espositiva dell'Accademia californiana delle scienze nel parco del GoìdenGate SAN FRANCISCO. Con l'inizio del trapianto del milione e settecentomila pianticelle che ne gremiranno il tetto, ha preso letteralmente vita, all'inizio di quest'estate nel parco del Golden Gate a San Francisco, il nuovo museo dell'Accademia californiana delle scienze, un progetto di Renzo Piano che promette di rivoluzionare il concetto stesso di architettura museale. «Ci troviamo al centro della più alta concentrazione di scienza informatica del pianeta, uno dei punti nevralgici per le biotecnologie e per la ricerca sulle cellule staminali - commenta Gregory Farrington, direttore esecutivo dell'Accademia - e non potevamo certo accontentarci del solito museo banalmente tradizionale. Per cui abbiamo chiesto a Piano qualcosa di completamente innovativo, un museo che, oltre a contenere delle esibizioni, fosse in qualche modo un'esibizione esso stesso». E il progetto di Renzo Piano sembra aver risposto pienamente alla richiesta, proponendo qualcosa di assolutamente inedito, a partire proprio dal tetto. Che non sarà una semplice copertura, ma un ettaro di natura vivente formato da svariate collinette, due maggiori e cinque minori, costituite da vari strati di "terreno" molto particolari e diversamente trattati, fittamente ricoperti da alcune delle piante più caratteristiche della regione, a partire dai classici papaveri della Californa per finire alle fragole selvatiche e a varie qualità di sempreverdi. La speranza è che il tetto diventi un habitat naturale per farfalle e colibrì e, magari, pure un rifugio per alcuni tipi di migratori. Comunque, al di là degli effetti naturalistici e della bellezza del colpo d'occhio, le "colline" del museo, che Piano sostiene essergli state ispirate dalle analoghe alture su cui posala città californiana, hanno anche una funzione eminentemente pratica: quella di filtrare e drenare le acque piovane, fornendo contemporaneamente sia una buona circolazione d'aria per le zone sottostanti che un ottimo isolamento termale all'edificio, riducendo notevolmente i costi energetici per l'aria condizionata. «Uno dei fini drammaticamente più attuali dell'Accademia - prosegue il direttore Farrington - è proprio quello di mostrare alla gente cosa significhi rendere la vita sostenibile, e farlo in un modo che sia intellettualmente creativo. Cosa può significare sostenibilità per le famiglie comuni, che trascorrono vite normali in case normali? Il nuovo museo sarà anche una dimostrazione concreta di cosa possano implicare concetti come ecosostenibilità, risparmio energetico e rispetto per l'ambiente, elementi con cui tutti siamo ormai chiamati a confrontarci direttamente». In questo senso il progetto di Renzo Piano ha dovuto vincere la sua sfida più difficile, quella di un edificio che fosse a un tempo totalmente ecocompatibile ed ecosostenibile, comportando un impatto minimo sul territorio e utilizzando mezzi rivoluzionari per contenere al massimo gli sprechi energetici. È nato cosi quello che qualcuno ha già ribattezzato il "tempio di cristallo", una struttura interamente in vetro e acciaio, progettata per far si che i raggi del sole possano penetrare anche nei minimi interstizi, con un complesso sistema informatico per regolare finestre e aperture in modo che la luce possa circolare liberamente all'interno, cosi come l'aria, che garantirà temperature ideali senza dover far ricorso a massicci interventi di condizionamento. Le pareti, laddove non sono state sostituite dai cristalli, sono dotate di capienti intercapedini piene di materiale isolante: e, trovandoci in California, non stupisce che il materiale prescelto siano stati migliaia di jeans usati. Alla resa dei conti i risparmi in termini di energia dovrebbero essere da record, per cui i responsabili dell'Accademia sperano nel massimo riconoscimento in materia, finora mai assegnato ad una istituzione museale. I tempi di consegna ormai sono prossimi alla scadenza: il Museo dovrebbe passare nella mani dei suoi proprietari entro novembre, poi ci vorrà quasi un anno per completare il trasloco. Sembrerebbe tanto, ma la particolare natura dei "reperti" in questione spiegano abbondantemente i tempi lunghi. In effetti l'Accademia, una delle più antiche società scientifiche della costa orientale, fondata nel 1853 e proprie-taria di quasi 20 milioni di reperti, prepara per l'inaugurazione qualcosa di sensazionale. Entrando nel nuovo museo la cosa che colpirà subito l'immaginazione dei visitatori sarà sicuramente una riproduzione, ma di volumi ben più giganteschi, della sfera realizzata da Piano nel porto antico genovese. In questa biosfera di cristallo verrà riprodotta una parte vivente di foresta pluviale. Visitabile su tre livelli, avrà un tunnel subacqueo che permetterà di guardare le radici sommerse dei colossi arborei, abitate da giganteschi pesci amazzonici d'acqua dolce. Il livello intermedio permetterà una passeggiata a mezz'aria, mentre l'ultimo, la cupola, sarà una vera meraviglia, abitata da 600 tra uccelli, farfalle e insetti vari, tra cui sarà possibile aggirarsi come nel fitto della giungla più intricata. Accanto a questa biosfera pluviale un'altra gigantesca sfera conterrà il planetario Morrison, con il suo schermo di oltre trenta metri, mentre una nuova meraviglia vivente attenderà i visitatori del vecchio acquario Steinhart : un pezzo di barriera corallina dominerà la vista delle vasche, una ripida e scoscesa cascata di corallo, ricostruita in tutta la sua maestà e profondità e frequentata dai suoi consueti abitanti, squali compresi. Infine l'isola dei pinguini africani, posta nella sala dedicata ai diorama del Continente Nero, chiuderà il giro. Il museo, il cui costo finale si aggirerà attorno al mezzo miliardo di dollari, dovrebbe diventare, nelle intenzioni dei suoi curatori una delle nuove attrazioni culturali di San Francisco, ma anche uno dei simboli archittettonici di una città che all'architettura dedica da sempre un'enorme attenzione. Una città in continuo rinnovamento, in cui Renzo Piano è già chiamato a una nuova sfida con un grattacielo che promette di essere tra i quattro più alti degli Usa. Intanto nel Golden Gate Park gli operai danno gli ultimi ritocchi al grande recinto di cristallo che ingloba le mura residue del vecchio museo, sopravvissute all'ingresso della nuova costruzione. Di fronte al neonato museo di Piano spicca, come altero contrapposto, il museo De Young, una sorta di corrusca astronave in rame, un po' nello stile caro a Lucas, un'altra delle glorie cittadine, progettata dagli svizzeri Herzog de Meuron, che non ha certo sollevato consensi troppo unanimi. Le tonde cupole di Piano sembrano invece sprofondare molle-mente nel paesaggio, in un morbido at-terraggio sfumato dal tramonto. Migliaia di piantine cominciano a punteggiare di verde e arancione quello che, di fatto, sarà il tetto della foresta pluviale. In quanto a impatto ambientale e amenità di visione, Piano sembra aver già vinto ampiamente la sua battaglia. Resta da vedere quanto una macchina cosi complessa e prodigiosa riuscirà a funzionare davvero, e questa sarà la sfida cruciale per quello che si annuncia non tanto come il museo del futuro, ma piuttosto come il futuro dei musei.