La fine, per ora, non è nota La battaglia di Camilleri. Il dietrofront degli americani. Il giubilo di Cuffaro. A due mesi dall'annuncio che il «sacco» era stato sventato, si scopre che le trivelle ci sono già. E sono pronte a partire dal nostro inviato Paolo Casicci NOTO (Siracusa). Il sindaco di Noto, Corrado Valvo, dovrebbe essere contento: qualche settimana fa, i petrolieri texani della Panther Eureka hanno comunicato al governatore siciliano Salvatore Cuffaro che intendono rinunciare ai permessi di ricerca nello scrigno del Barocco che l'Unesco, nel 2002, ha dichiarato patrimonio dell'umanità insieme con altre sette città del Sud Est dell'Isola. Invece, il primo cittadino è arrabbiato, deluso, indignato. Da Palazzo Ducezio, il municipio secentesco di fronte al quale è tornata a splendere, restaurata, la cattedrale crollata nel 1996, Valvo lancia il l'accuse: «La ritirata della Panther è una beffa: dicono che rinunciano a scavare in paese, dove è già vietato, ma non nelle campagne, vicino al mare, in mezzo alle vecchie masserie». Anche Andrea Camilleri, che dalle pagine di Repubblica aveva lanciato un appello «antitrivelle» sottoscritto da migliaia di lettori, c'è rimasto male. «Il maestro s'è sentito preso in giro» dice Valvo «e ora studia con noi altre forme di protesta». Non serve il fiuto del commissario Montalbano, per capire che in questa storia non c'è ancora un lieto fine. Nel documento inviato alla Regione, e che un Cuffaro inspiegabilmente giubilante annunciò due mesi fa per l'inaugurazione della cattedrale restaurata, la Panther dice di avere rinunciato a scavare nell'abitato di Noto, nelle «zone di rispetto» dell'area Unesco e in quella immediatamente a ridosso della riserva naturale di Vendicari. «Praticamente, la rinuncia riguarda il 10 per cento della zona dei permessi» dicono Anna Giordano e Angelo Palmeri del Wwf. Nei rimanenti settecento chilometri quadrati che ricadono nelle tre province del Sud Est siciliano, i petrolieri non mollano. Anzi, il presidente John Smitherman minaccia ricorsi e richieste di risarcimento se la sua società non riuscirà a scavare. Intanto, nel corso Vittorio Emanuele delle meraviglie (l'80 per cento delle chiese restaurate da poco) è il solito via vai di turisti. «Siamo nel Val di Noto, non nella Val di Noto» spiega la guida a una comitiva emiliana sotto il sole impietoso delle quattro: «L'espressione viene da Vallo, non da Valle». Più difficile è spiegare come sia possibile che il distretto del Barocco e delle spiagge «cinque vele» di Legambiente, dei vitigni del nero d'Avola e del pomodoro ciliegino di Pachino sia lo stesso sul quale le trivelle potrebbero arrivare presto come una iattura. Per la verità, due sono già arrivate. Una a Noto, dove un pozzo è stato bloccato dalla Soprintendenza, che ha rinvenuto resti dell'età del bronzo. La seconda a Ragusa, altra capitale del Barocco, dove un sindaco di centrosinistra prima e uno di centrodestra poi hanno accolto la Panther a braccia spalancate in cambio della promessa delle royalties sui giacimenti. Nel centro di Noto, con i giornali locali che hanno messo la sordina alla vicenda, di questa «guerra ai petrolieri» arrivano solamente echi. La protesta monta nelle campagne di olivi, mandorle e agrumi, nelle masserie restaurate elette a buon retiro dagli stranieri. O diventate come Terra di pace, il bed breakfast del leader dei comitati popolari Vincenzo Moscuzza, ristrutturato con i fondi dell'Unione europea erogati dalla stessa Regione che prima incoraggia il turismo sostenibile e poi manda i petrolieri a chiedere in affitto i terreni degli albergatori per perforarli. Al momento, la sorte del Val di Noto è nelle mani dei sindaci del distretto: «Poiché la Regione non ha revocato i permessi di ricerca, la Panther ha diritto a chiedere ai comuni l'esproprio dei terreni che vuole trivellare» spiega l'avvocato Giuseppe Piccione, consulente antitrivelle della Provincia di Siracusa. Cosi, le domande all'ordine del giorno sono due: quanto resisteranno i sindaci? E, soprattutto, esistono I giacimenti? Ufficialmente i texani sono in Sicilia per cercare sia petrolio sia gas: l'accordo con la Regione del 2004 autorizza la ricerca di «idrocarburi liquidi e gassosi». La Panther, però, ribadisce di essere interessata solamente al gas. «Ma la caccia al metano non è meno pericolosa» avverte Philippe Pallas, un esperto dell'Onu nello sfruttamento delle risorse idriche innamorato di queste terre. «La vita produttiva di un pozzo non è molto lunga: rapidamente la produzione diminuisce e i pozzi devono moltiplicarsi». Il rischio è di fare delle terre del Barocco un'enorme groviera. Un pozzo di gas a Noto c'è già. In mezzo agli agrumeti, a dieci minuti d'auto dal centro, lo ha scavato l'Eni che, dopo cinque anni di pompaggio, sta per chiuderlo. «Ancora qualche giorno e la società che ha in appalto l'estrazione andrà a lavorare nel ragusano per la Panther, vicino al fiume Irminio» spiega il custode. In una lettera, senza risposta, all'assessorato siciliano al Territorio retto da Rossana Interlandi (che ha militato per anni nel Wwf), il ministro all'Ambiente Pecoraro Scanio ricorda che «l'alto corso del fiume Irminio è un "sito d'interesse comunitario" per la flora e la fauna». Quanto al petrolio, già Enrico Mattei era convinto di trovarne in Val di Noto. «Il petrolio c'è, ma molto sporco e intriso di zolfo: raffinarlo costerebbe troppo. Chi ci garantisce, però, che con la crisi mondiale in corso non sia redditizio estrarlo?» osserva Sebastiano Tiberio, medico e attivista di Legambiente. Che aggiunge: «H fatto stesso di parlare di petrolio, ci riporta indietro di trent'anni, quando alcune raffinerie volevano insediarsi a Noto. La città si spaccò: da un lato la De e quelli che dicevano che era meglio morire di petrolio che di fame, dall'altro gli ambientalisti e il Pci. Poi le raffinerie scelsero il comune di Priolo, felice di accoglierle. Con quali effetti sulla salute della gente, lo abbiamo appreso quando la magistratura ha cominciato a indagare quattro anni fa». Oggi il fronte antitrivelle è trasversale. Include sindaci di centrodestra [Noto, appunto) e amministrazioni di centrosinistra, come la provincia di Siracusa. Ma trasversale è anche lo schieramento che due anni fa ha fatto affondare all'Ars [presidente un forzista, vicepresidente un diessino) la proposta di una legge che avrebbe obbligato la Regione a revocare i permessi. In aula, per quella seduta, fu bocciata la votazione palese e i buoni propositi annegarono nel segreto dell'urna. Secondo Roberto De Benedictis, diessino eletto a Siracusa, «serve una legge che dica ai petrolieri: "Avete trovato idrocarburi? Grazie, ma le cose sono cambiate. Di estrazione non se ne parla neanche"». Fabio Granata, ex assessore per An della giunta Cuffaro, che ha pagato il suo impegno antitrivelle con la defenestrazione, fa pressing sulla Soprintendenza: «Serve un vincolo paesaggistico» dice. Si può vincolare per ragioni di paesaggio un'area di settecento chilometri quadrati? La soprintendente di Siracusa, Mariella Muti, umbra di nascita ma siciliana d'adozione [ha curato la pratica Unesco] dice che è una sciocchezza: «Un vincolo paesaggistico su un'area così vasta non sta né in cielo né in terra: sarebbe spazzato via dal Tar. Inoltre, mentre i petrolieri potrebbero aggirare il divieto interrando le trivelle, gli agricoltori avrebbero problemi a costruire le stalle. La verità è che questo pasticcio non si può risolvere con la carta bollata. Serve la volontà politica. Ci pensi la Regione a decidere una volte per tutte che idea di sviluppo dare all'Isola: gas, petrolio o turismo?». L'Unesco, invece, resta a guardare. L'organismo internazionale non minaccia la revoca del riconoscimento. Il referente per l'area Ray Bondin, però, s'è detto esterrefatto di quanto sta accadendo. Continuerà a osservare in silenzio o chiederà anche lui aiuto al commissario Montalbano?