TEATRO SAN CARLO Più i conti sono in ordine e più l'attività è libera (anche con i fondi privati) La decisione del ministro Francesco Rutelli di commissariare il Teatro San Carlo di Napoli ha suscitato reazioni scontate. Il sindacato l'ha bollata come «corretta dal punto di vista burocratico ma politicamente, culturalmente e artisticamente sbagliata»; e, naturalmente, si è precipitato a chiedere aiuto al presidente della Repubblica. In realtà, la decisione è sacrosanta; anzi, era obbligata, dinanzi a un deficit che ha raggiunto (e forse superato) i 20 milioni. La legge, infatti, pone vincoli molto severi e impone lo scioglimento del consiglio d'amministrazione delle fondazioni liriche in simili casi. E le regole sono destinate a diventare ancora più stringenti, se passerà il disegno di legge di riforma delle fondazioni liriche predisposto dai senatori Carlo Fontana e Goffredo Bettini e sottoscritto da tutti i gruppi politici. (È comunque curioso che per i sindacati rispettare la legge sia sintomo di ottusa mentalità burocratica: chissà che cosa penseranno di questa interpretazione del proprio ruolo i lavoratori del pubblico impiego). Naturalmente non è mancato poi l'appello di alcuni intellettuali, napoletani e non, che hanno sbrigativamente chiesto al Comune di Napoli di metter mano al portafoglio e di chiudere il buco e, con esso, la sgradevole vicenda. Entrambe le reazioni vanno nella stessa direzione: quella di considerare la gestione economica delle attività culturali come un aspetto minore e fastidioso, che non deve intaccare e condizionare la sacralità, la grandezza e la superiorità alle miserie contabili del fatto culturale. È una visione superata e pericolosa. Riconoscere, infatti, l'attività culturale come sottoposta, al pari di tutte le altre, alle regole della buona amministrazione significa in primo luogo garantirne la libertà, che è tanto maggiore quanto meno si dipende da politici e burocrati per essere finanziati e per poter sopravvivere. Il che non significa affatto eliminare il finanziamento pubblico. Questo resta insostituibile per fare sopravvivere attività che, lasciate sole sul mercato, non potrebbero sopravvivere un giorno (anche negli Usa il mercato deve essere supportato dalle generose elargizioni dei privati, favorite da una diversa normativa fiscale non meno che da una radicata tradizione di civismo). Ma intervento pubblico non può diventare sinonimo di malagestio (o, addirittura, di nullagestito): per questo, la legge fa chiaramente del Sovrintendente un autentico manager, le cui funzioni sono nettamente distinte da quelle dei direttori artistico e musicale; e pone in capo al consiglio d'amministrazione la responsabilità di indicare i vincoli finanziari. Quella legge, inoltre, favorisce l'intervento dei privati, di cui la cultura ha bisogno per trovare risorse aggiuntive e tutelare, così, la propria autonomia. Tocca perciò anche a loro, anche a Napoli, mobilitarsi per intervenire e per chiedere le condizioni perché il proprio intervento risulti utile per quello che l'intervento culturale deve garantire: diffusione del sapere, coinvolgimento della comunità, promozione sociale. E non difesa di questa o di quella lobby: si tratti dei teatranti o dei lavoratori. Si dirà che, con le esplosive condizioni di Napoli, anche la garanzia di qualche posto di lavoro al San Carlo può essere utile. Ma non spetta alla lirica fare politiche sociali. Proprio Napoli ha pagato caro il prezzo di interventi sociali mascherati da attività d'impresa (pubblica): l'indimenticabile automobile Ama e un'acciaieria che violenta uno dei panorami più belli del inondo sono lì a ricordarcelo.