MILANO (Milàn) - Finanza, moda, immagine, comunicazione, università: il cuore pulsante di questo paese - semmai gliene è rimasto uno - è comunque qui, a Milano. Su questo non ha dubbi il professor Stefano Zecchi: filosofo, scrittore, nonché professore di Estetica all'Università degli Studi di Milano. Zecchi è anche uno dei più attenti osservatori di quello che si definisce il tessuto socioculturale del nostro paese e del suo mutare. Per lui, Milano capitale lo è già, con o senza il Senato. «Anche se forse, paradossalmente, è solo nel campo della cultura che Milano cede il passo a una Roma più capace di costruire e comunicare l'evento», spiega Zecchi, che è veneziano di stirpe e che a Milano ci si è stabilito vent'anni fa, dopo averci vissuto da studente universitario negli anni 60. Milano capitale della comunicazione ma incapace di comunicare i propri eventi culturali: non è un controsenso, professor Zecchi? «Eppure è così: a Roma qualsiasi evento - la presentazione di un libro, una mostra, una kermesse - riceve una pubblicità incredibile e fa notizia, fa "evento". A Milano questo non accade o comunque è più difficile, nonostante la presenza di istituzioni di altissimo livello come la Scala e il Piccolo Teatro. Certo, Roma è in questo aiutata anche dal suo appeal e dalla sua bellezza, ma lo stesso avviene per le rispettive amministrazioni comunali: Veltroni una ne fa e cento ne racconta - e altrettante ne nasconde - mentre a Milano la giunta Albertini fa tanto e fa anche bene, ma la gente spesso non lo viene a sapere». Milano comunque capitale in tanti settori? «Certo, il polo universitario di Milano è ad esempio uno dei più grandi e più importanti d'Europa: a parte la Statale dove insegno, qui a Milano c'è una Accademia di Belle Arti che è la migliore in Italia, una Bocconi che non ha bisogno di presentazioni e cosi il Politecnico. E poi la finanza, la moda, l'economia, l'immagine». Ma qual è a suo avviso la peculiarità di Milano? «Purtroppo il lavoro. Dico purtroppo perché il risultato è che così si settorializza troppo. E Milano, a differenza di Roma, non ha il clima che l'aiuta. Qui si discute sul destino del carcere di San Vittore, ma si continua a dimenticarsi che a Milano non c'è un polmone verde, come ad esempio Central Park a New York, che la renderebbe molto più accogliente e vivibile. E magari limiterebbe quel fuggi fuggi generale che si verifica ogni venerdì pomeriggio». Rispetto alla metà degli anni 60, quando lei era studente, Milano è migliorata o meno? «Sicuramente è migliorata. Solamente a livello di respirabilità dell'aria, oggi è tutta un'altra cosa. Quando ero giovane rimanevo sbigottito nel vedere quanto smog si depositasse sulla auto in sosta. Oggi non c'è più. E anche dal punto di vista del traffico e della viabilità si sono fatti grandi passi in avanti». Qualcosa che invece non c'è più nella Milano di oggi? «È finita quella carica utopica, di slancio e di spinta verso la modernità, verso l'Europa, che si respirava a metà degli anni 60. Penso ai quotidiani che nascevano, come il Giorno, o alle case editrici, come Feltrinelli, e tanti altri aspetti che purtroppo non ci sono più. Allora Milano era uscita definitivamente dal disastro dell'ultima guerra, e guardava dritta al futuro. Poi si è afflosciata». Perché? «Non me lo chieda perché non lo so». C'è qualche angolo di Milano che le è particolarmente caro? «Milano ha molti begli angoli e scorci dal punto di vista estetico, meno da quello dell'abitabilità. I luoghi che comunque preferisco sono Sant'Ambrogio e in generale il romanico milanese, come anche il liberty della parte interna di corso Venezia, o il rinascimentale di corso Magenta. E tanti corsi d'acqua e ponticelli, che andrebbero però riorganizzati». E una zona che proprio non le piace? «Lo scandalo è la zona Garibaldi - Pirelli, simbolo di quanto dicevo prima: di una Milano che si è afflosciata su se stessa. Da immagine di una città che si proiettava verso il futuro a regno dei viados. Ora la Regione vuole costruire la nuova sede polifunzionale lì e Formigoni ha scelto proprio me per presiedere la giuria che dovrà scegliere il progetto. Speriamo che sia l'inizio di un riscatto, almeno per la zona». Cosa vorrebbe vedere a Milano di "istituzionale", se non il Senato? «Sicuramente una rete Rai, e io aggiungerei anche Rai Educational che, in sinergia con il polo educativo, avrebbe potenzialità enormi. Oltre a una struttura attiva di produzione. La presenza di una rete Rai a Milano è ad ogni modo sacrosanta e mi batterei a morte per questo obiettivo. In fondo qui la Rai è nata, perché almeno una rete non dovrebbe farci ritorno? E poi, se non un ramo del Parlamento, perché non un ministero? Ad esempio il ministero dell'Industria, dove meglio che qui a Milano?». In uno Stato federale ci starebbe tutta. «Allo stesso modo sposterei il ministero dei Beni culturali a Venezia. O, se ci fosse ancora, il ministero della Marina a Napoli». In fondo sono state tutte capitali. «Appunto».