Lautore è professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana allUniversità di Firenze. Molto si è discusso tra ambientalisti, amministratori e intellettuali su governo del territorio e cultura urbanistica, muovendo da casi particolari come Monticchiello o generali come il Pit; ma il dibattito si è limitato alle procedure, alla programmazione e ai piani, scordando il passaggio cruciale e conclusivo di questa catena: come ottenere la qualità dellarchitettura, dello spazio urbano e dei nuovi paesaggi. Lurbanistica da sola non può garantire questo risultato, pur avendo dei primati nella nostra regione: una tradizione legislativa di avanguardia, piani molto avanzati e certi anticorpi del nostro sistema amministrativo, che lo salvano da errori urbanistici eccessivi, come dimostrano alcune recenti vicende assurte alla cronaca. Invero, rispetto a questo intenso sforzo di pianificazione, avanzano spazi di dubbia qualità, paesaggi compromessi, linguaggi architettonici volgari e spazi pubblici trasandati, insomma la svendita dei valori culturali e civili a lungo sedimentati nelle forme e nelle regole del nostro paesaggio. Perciò dobbiamo tornare a occuparci dellultima fase della trasformazione del territorio: del progetto urbano, che immagina la forma di pezzi di città, dellarchitettura del paesaggio, di come definire lo spazio pubblico (il luogo delle nostre responsabilità collettive, che deve esprimere i nostri principi e valori), del progetto darchitettura e della buona costruzione. Avevamo un antidoto naturale a questo smarrimento, quellamore per le nostre terre, per le scene di paesaggio e per larchitettura corale dello spazio urbano che i nostri maestri degli anni '50 avevano scoperto e lentamente instillato nella cultura architettonica, come pure lidea di Edoardo Detti che il piano sia pur sempre il progetto di un organismo. Alla base cera anche lidea che una dimensione comunitaria dello spazio fosse la vera legittimazione etica del progetto, in cui la forma del paesaggio non era vacuo estetismo (lo lasciamo a quellinvenzione inglese del paesaggio toscano, con i suoi ritorni turistici e le sue falsificazioni disneiane), ma la concretizzazione fisica di rapporti umani armonici e in evoluzione, un ponte fra passato e futuro, proprio come il progetto ripensa il passato dei luoghi e delle comunità, per immaginarne il futuro. Insomma si era mirabilmente legato il paesaggio, un principio umanistico, limpulso allo sviluppo e alla modernità, nelletica della cura dei nostri luoghi da esercitare con il progetto. Oggi pare tutto smarrito; tutti professano leticità dellurbanistica, mentre il progetto darchitettura pare un po immorale, sarebbe caduto nella sfera della comodità, del mercato, del profitto, insomma delleconomia; le stesse leggi italiane riducono larchitettura a un fatto puramente tecnico-legale, a procedure amministrative, non le attribuiscono mai un valore di arte civile (a meno che non sia antica), o di interpretazione critica del mondo ed espressione di valori. Così la nostra cultura e le nostre leggi hanno spogliato larchitettura e il progetto della loro dignità, hanno trascurato di ricercare le giuste procedure e soprattutto di introdurre delle buone pratiche per favorire la qualità nel progetto del paesaggio naturale e urbano, la selezione qualitativa degli architetti, la ricerca in architettura, la qualità delle imprese. E unaltra faccia della crisi del principio di autorevolezza delle istituzioni e del bene comune, che affligge il nostro paese. Dobbiamo invertire questo processo degenerativo, che ci affonda nella burocrazia e si affida solo alle regole del mercato al massimo ribasso e al massimo profitto. Dobbiamo inventare meccanismi virtuosi per la trasformazione del paesaggio, non con altra burocrazia, ma con le «buone pratiche» e tanta competizione, immaginando procedure di eccellenza, che coinvolgano anche privati e imprese, meccanismi di selezione e partecipazione che favoriscano la crescita di progettualità delle nostre strutture, dobbiamo riaffermare i principi etici (non solo trasparenza e massimo risparmio!) della committenza pubblica e il suo compito di promozione e di indirizzo. Oppure, la più bella legge urbanistica e il più bel piano continueranno a sortire lo stesso effetto: lasciarci prigionieri di questo scontro fra ambientalisti del ricordo e speculatori volgari.