Quanti fantastilioni pensano di ricavare Rutelli e il suo entourage con la trovata della Maratonarte, il Telethon in favore di sette siti culturali con i quali da ottobre in televisione cercheranno di impietosirci fino a mandare il messaggino da un euro per sgravarci la coscienza? Claudio Baglioni ci scruterà serio serio in volto, sapendoci colpevolmente sprofondati nei nostri divani, alle sue spalle le corone dei pini delPalatino svettanti intorno a quel celeste mistero finora sottratto allo sguardo dei comuni plebei che risponde al nome di Casa di Augusto; ci faremo prendere per roano da Michele Placido, con la sua voce suadente ci porterà fin dentro i ruderi del castello normanno di Santa Maria del Cedro in Calabria; infine, quando comparirà Andrea Bocelli, la mano tesa a carezzare il volto della Madonna nella riproduzione della Pietà di Michelangelo del Museo Tattile "Omero" di Ancona, beh, se non ci commuoveremo neanche allora, vorrà dire che siamo proprio senza cuore, oltre che senza telefonino. Corriamo almeno a giocare al Lotto, cribbio, o a fare un'integrazione correttiva alla dichiarazione dei redditi per destinare il 5 per mille a qualche istituto di cultura. Come pensate che si mantengano i beni culturali in Italia? Con le tasse che pagate? Chiedetelo ai vostri conoscenti archeologi e storici dell'arte. Loro sanno be-ne qual è la cronica sete di benzina inflitta alle macchine preposte alla tutela del "nostro petrolio". A partire dalle biblioteche. Del catalogo perduto. Dopo le riprese sul Palatino a spese della Rai - e come è noto "La Rai siamo noi" -, strada facendo Baglioni facci a due passi fino a Piazza Venezia, e vada a visitare a titolo di esempio la BiASA, la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte. Centotrent'anni di storia, 370.000 volumi più altre 200.000 collocazioni fra manoscritti, periodici, rari, opuscoli. La principale biblioteca italiana per chi dei beni culturali abbia fatto la propria ragione di vita gli si dischiuderà in tutta la sua magnificenza: la fila per le scale col numero per entrare, gli armadietti da spogliatoio maschile in lamiera grigio ministeriale, le scrivanie occupate gomito a gomito fitte più di lettori che di libri. Se poi non si dovesse spiegare da dove provenga tanto frastuono, qui dove il silenzio dovrebbe regnare sovrano, Baglioni getti lo sguardo fuori dalle finestre. Sì, danno proprio sulla piazza, la più trafficata di Roma: il sassofonista non è in filodiffusione, ma pochi metri più sotto a chiedere l'elemosina, e i megafoni provengono dalla vicina Piazza Santi Apostoli, in cui almeno una volta a settimana cominciano e finiscono i cortei dei dimostranti di mezza Italia. Trovato posto, il nostro testimonial vorrà cercare la sala cataloghi. È giù in seminterrato, quattro diversi cataloghi a schede per quattro diverse epoche di accessione dei volumi per quattro diversi criteri di catalogazione. Uno dei cataloghi da un bel po' è inspiegabilmente sparito (!). Sembra di essere in cartoleria. Meno male che in tempi recenti sono riusciti in gran parte -ossia in parte - a informatizzare, prima c'era infatti un comodo computer per le consultazioni. Uno solo. Ne sono comparsi altri quando l'anno scorso un gruppo di utenti ha inviato una petizione, l'ultima di una serie che dura da vent'anni, direttamente a Luciano Scala, Direttore Generale per i Beni librari e gli Istituti Culturali, scavalcando intelligentemente a pie' pari la direzione della BiASA ed esponendogli, papale papale, la situazione: la frammentazione del patrimonio librario in diverse sale e sedi distaccate, con orari di apertura e distribuzione assolutamente discontinui, limitati e macchinosi per un istituto di tale rilevanza; l'assenza di una seria e aggiornata politica di acquisizioni, praticamente lasciata in balìa dei desiderata dell'utenza, così come di una trasparente visibilità del materiale di nuova accessione; le ingiustificabili lacune nel settore dei periodici, specie quelli relativi alle arti contemporanee; il mancato spoglio degli articoli contenuti nei periodici posseduti ma non contemplati dalle banche dati internazionali; un servizio di riproduzione fotografica da cartoleria all'angolo, assolutamente inqualificabile per chi con le immagini ci lavora e finale disperazione E si potrebbe continuare. Come con le 357 firme, nazionali e straniere, apposte in calce all'esposto da parte di professori universitari, dottorandi, funzionari di soprintendenza, storici dell'arte, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari, ricercatori, direttori d'istituto, laureati, laureandi.... Sia chiaro, il personale, fatta la debita tara, fa quello che può, e a volte anche quello che non può. Dai custodi ai funzionati l'intero apparato della BiASA procede con una sessantina scarsa di persone, che a un profano sembrano un esercito e invece - ci viene assicurato - si tratta di un organico in deficit di oltre una ventina di unità. I problemi che affliggono la BiASA sono molti e letali. Quando nel 1922 fu portata nella sede presente, ad esempio, difficilmente si poteva immaginare la carenza di spazi odierna che già nel 1985 costrinse a lavori di ristrutturazione e ampliamento nonché a lunghe chiusure parziali e infine totali. Ma già prima della riapertura nel 1993, risultava a tutti chiara l'assoluta insufficienza degli interventi, tanto che per anni nessuno ha osato staccare la fotocopia di un articolo di Cesare De Seta affissa alla parete di una sala lettura in cui si reclamava a gran voce di sottrarre finalmente ai burocrati del Collegio Romano, sede del Ministero dei Beni Culturali, gli ambienti necessari a risolvere la questione una volta per tutte. Da qualche anno, invece, ai piani alti della Direzione Generale si sta spingendo in un'altra direzione: cedere agli scopi della BiASA lo storico Palazzo Nardini in via del Governo Vecchio, oggi fresco di un restauro da quasi dieci milioni. Con un piccolo particolare tuttavia: i metri quadri disponibili sono i medesimi di Palazzo Venezia. Il patrimonio librario dovrà essere spezzato in due? Le risate degli storici. «È la morte della biblioteca», sfugge detto a uno dei suoi funzionari che ben conosce l'abisso che la separa dalla rivale diretta e incontrastata, la Bibliotheca Hertziana dell'istituto tedesco Max Planck Gesellschaft in Via Gregoriana, preclusa ai comuni studenti italiani causa sovraffollamento. Con diciotto milioni di spesa la stanno ristrutturando da capo a piedi per dare vita a un'architettura in grado di reggere per i decenni a venire il peso dei 250.000 volumi in crescita al ritmo di cinquemila annui. Avvalendosi di un organico pari alla metà di quello della BiASA e di una co-direzione di due storici dell'arte di chiara fama, anche a cantiere aperto la ricchezza e l'efficienza del suo programma di ricerche, convegni, borse di studio e pubblicazioni fa gridare vendetta rispetto al silenzio cimiteriale del capezzale di Palazzo Venezia. Ministro Rutelli, scusi il candore, sa: ma io nel messaggino da un euro ci posso davvero scrivere quello che mi pare?