Gentile Direttore, malgrado non sia solito rispondere a certe polemiche, il guazzabuglio cognitivoinformativo di fronte al quale si è trovato il lettore della cronaca torinese di Repubblica di domenica 5 agosto, eventualmente interessato alle vicende relative alla Gam, mi costringe a intervenire. Vi si legge che «larte contemporanea, proprio per la sua essenza stessa, per il suo intrinseco e inscindibile legame con lattualità e con la società che la generano, per il carattere spesso effimero e virtuale dei suoi stessi materiali e per la contestualità a volte irrepetibile delle sensazioni che essa suscita nellistante in cui si compie, è quanto di più lontano e di più incompatibile esista riguardo al concetto di «sedimentazione». Se ho ben capito si vorrebbe con questo imparaticcio contestare la mia affermazione (peraltro riportata tra virgolette dallautrice di un precedente articolo senza averla con me verificata) secondo la quale, nella sostanza, sarebbe bene evitare che le strutture pubbliche acquistino opere frutto dellattimo fuggente per collocarle in una struttura museale in modo definitivo per i prossimi decenni. Ma qualche volta li andiamo a visitare i musei di arte contemporanea più importanti del mondo? A cominciare dal Palais de Tokio di Parigi, per passare poi ai vari Guggenheim e soprattutto alle diverse Kunsthalle tedesche? Quali sono le opere che fanno parte delle collezioni permanenti e quali quelle delle varie mostre temporanee o biennalitriennali che siano? Non sono forse le prime quelle che si sono salvate dal darwinismo della critica e del gusto (piace più darwinismo che sedimentazione? per me va bene lo stesso) e non sono forse le seconde quelle che il più delle volte presentano gli autori più giovani, più sperimentali, più di tendenza? Per non dire del Castello di Rivoli che presenta le esperienze "sedimentate" nelle stesse mostre temporanee. Non sono forse ampiamente "sedimentati" lArte Povera e la Transavanguardia o autori come Holdemburg e i prossimi Gilbert George? Come mi diceva pochi giorni fa il nuovo direttore di Artissima , Andrea Bellini (io non ho difficoltà a fare nome e cognome dei miei ispiratori), Torino non ha tanto bisogno di un nuovo museo di arte contemporanea quanto piuttosto proprio di una grande Kunsthalle dove presentare in modo vivo e coinvolgente ciò che di più nuovo si va producendo nel mondo, magari affiancandolo alle opere acquisite che meglio possano aiutare a collegare le novità con ciò che le ha precedute. In questo modo si metterebbe sì a disposizione di pubblici sempre nuovi il patrimonio acquisito ma in modo dinamico, fluido, critico, evolutivo e non classicamente "museale". Altrimenti si andrebbe ad aggravare ulteriormente la crisi di pubblico di cui soffre attualmente la Gam, secondo quanto recentemente riportato anche dal suo giornale. Sulla proposta di Bellini mi risulta peraltro sia daccordo lo stesso Castagnoli, da persona intelligente quale è. Negli articoli di qualche giorno fa dedicati alla Gam non solo il sottoscritto ma anche gli assessori Viano e Dealessandri hanno confermato la scelta di destinare alla Gam la parte delle Ogr (che fino a pochi giorni fa non erano a disposizione della Città) che è stata progettata appositamente per lei. Lipotesi di Kunsthalle è compatibile con lutilizzo che se ne può fare subito, in attesa del definitivo passaggio di proprietà. Per questo nessuno di noi ha capito per quale motivo Castagnoli abbia scritto che lipotesi delle OGR è tramontata. Il Sindaco gli ha giustamente chiesto di eliminare quel passaggio e Castagnoli lo ha fatto. Dove sta lo scandalo della malacultura? Assessore alla cultura Le dotte citazioni e tutti i luoghi dellarte contemporanea nel mondo, che qualche consulente ha suggerito a Fiorenzo Alfieri per la sua risposta, non fanno che confermare ciò che Castagnoli sostiene: e cioè che larte tutto può fare, meno che "sedimentare" nei magazzini. Indicare mezza Germania, Londra e magari anche Parigi e Lione significa la solita fantasia e insieme lillusione che la cultura pubblica torinese adotta ogni volta quando più è in difficoltà: ciò è segno di megalomania e di insipienza nello stesso tempo. Infine, visto che si parla di arte contemporanea, come mai lassessore Alfieri non ha ancora querelato Vittorio Sgarbi che, al Salone del libro, definì "mafiosa" la sua gestione pubblica a Torino?