L'Espresso pretestuosamente non pubblica una mia lunga, accurata e difficile intervista con Riccardo Bocca, sulla mafia nell'Arte contemporanea, per decisione della direttrice Daniela Hamaui onde evitare, a suo dire, la sovrapposizione con una mia replica a Bonito Oliva, apparsa sul Magazine de Il Corriere, Panorama riferisce del forum sul decadimento dell'Arte Contemporanea, aperto dopo un ben argomentato articolo di Luigi Serafini, colto e originalissimo artista, emarginato dagli esponenti di una certa consorteria. E resteranno ancora riservate le mie denunce, con dati e prove, censurati da L'Espresso, ma non ignorati da pubblici amministratori, vittime o complici, di Regioni e Comuni come ad alti funzionari di Stato. Delusi e impotenti. Nell'intervista avevo denunciato gli sprechi della Regione Campania, la mortificazione di Capodimonte, senza fondi nel cinquantesimo anniversario del Museo, e l'intollerabile umiliazione della Certosa di Padula e della Villa Manin a Passariano, in Friuli, ricetto di insensati manufatti come gli acquisti fuori mercato, per milioni di euro, del non abbastanza povero ministero per i Beni Culturali: evidentemente, per L'Espresso, dati poco interessanti. Intanto, l'apertura di Serafini contrappone la perplessità e le riflessioni di persone intelligenti e preparate alle presunzioni e alle contumelie di Giancarlo Politi che continua la sua campagna contro l'Arte e la buona pittura. Si inizia così a vedere una falla nell' omertà che, mista a compiaciuta ignoranza, domina il mondo dell'Arte. Serafini esprime, in immagini, pensieri e idee. Un pensiero alto manifestano anche artisti come Leonardo Cremonini, Alberto Sughi, così come Piero Guccione, Ruggero Savinio, Andrea Martinelli. Indignazione mostra il soprintendente Nicola Spinosa, indisponibile ai compromessi. Dall'altra parte ci sono i Politi, i Cycelin, i Bonami (con il suo fintamente ironico, «lo potevo fare anch'io»). È bastato mettere un po' di bei quadri di buoni pittori nella mostra Arte italiana 1968-2007 Pittura, in Palazzo Reale à Milano, che i sodali si sono agitati e gli ignoranti si sono scatenati, i collezionisti osservano sconcertati. Serafini sorride con intelligenza e ironia, gli altri ghignano e fingono di «morire dal ridere». Non c'è molto da ridere a pensare all'incapacità di vedere di chi presume di occuparsi di Arte e artisti contemporanei, senza avere titoli, senza avere studiato, senza avere idea di cosa siano la Storia dell'Arte, le scuole pittoriche, la differenza degli stili. Ormai, per costoro, il dibattito sull'Arte contemporanea, su quello che loro chiamano e pretendono essere l'Arte Contemporanea, è un Forum organizzato e autoreferenziale. Nessun rispetto per la realtà e per il lavoro degli artisti. Sordido amore per il pettegolezzo, assoluta confusione mentale. Così può avvenire che senza alcun approfondimento di studi, e con l'ossessivo peregrinare nelle fiere e rassegne mercantili dell'Arte Contemporanea, Giancarlo Politi risponda alla domanda di un onesto gallerista come Alessandro Poggiali su quale sia il «suo senso dell'arte»: «Si potrebbe asserire che l'Arte è un nonsense (sic!), un accessorio della vita (sic!), un surplus (sic!) per chi è vessato dai problemi primari o di sopravvivenza». Folgorante intuizione! Da qui discendono l'incapacità di comprendere la complessità della Storia, di riconoscere il merito di artisti minori, ingiustamente disprezzati, come i veri e sensibili «poeti» Silvestre Cuffaro e Pina Cali (cui Politi indirizza il suo insensato oltraggio). Inutile sperare che venga compresa l'importanza della riscoperta di Antonio da Crevalcore e di Domenico Di Paris, o del ritrovamento di un'opera perduta di Nicolo Dell'Arca o di Artemisia Gentileschi; o della rivelazione di Arturo Nathan, di Libero Andreotti, di Brancaleone da Romana, e di tanti altri dimenticati. Soltanto l'ovvio appassiona Politi. Gli studi su Mantegna scultore, sul Parmigianino, o la mostra sui pittori manieristi negli edifici di Andrea Palladio, che ottenne il plauso concorde di Testori, di Zeri, di Calvesi, non li conosce e non gli interessano. Gli piace disprezzare. Non ha visto Caravaggio, non ha visto Parmigianino, non ha visto Mantegna. Non ha visto e non vede. Si incanta davanti a Cattellan. Non capisce che è un gioco, in una società senza valori e senza principi, in cui tutto, si misura con il denaro, in una insensata rincorsa che hanno inteso perfettamente prima Andy Warhol e poi Damien Hirst. Niente di più. Mercato. Politi parla per sentito dire. Non sa cos'è l'Arte. La scambia, come tanti, con la moda. Non ne intende la tensione vitale. Non ha mai letto Testori né Arcangeli, si accontenta di Bonito Oliva e di Bonami. Non conosce Longhi né Dionisotti. Attribuisce a Federico Zeri giudizi che non ha mai pronunciato. Ci si potrebbe compiacere di essere accomunati alla considerazione negativa che egli manifesta per Ivan Theimer, e addirittura per Mario Cavaglieri, arrivando a stroncarne capolavori concepiti nel 1915, nel 1916, nel 1920, e per lui incomprensibili. Chi ha visto le loro mostre a Milano, e anche quelle di Botero e di Ferroni, o il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, posato nella Sala delle Cariatidi, con assoluta misura, efficacia ed eleganza, tutto potrà dire meno che si tratti di «operazioni riciclate e raffazzonate». Ma la cosa più grave, in questo tentativo di negare l'evidenza, è la continua diffamazione, mascherata di difesa, non richiesta e non necessaria, del compianto Maurizio Sciaccaluga, che odiava, ricambiato, Politi, e al quale vengono attribuite affermazioni insensate e mai pronunciate, come sanno bene i suoi assistenti che hanno lavorato con lui e con me fino all'ultimo. La mostra Arte Italiana 1968-2007 Pittura ospita non solo artisti, ma opere scelte da lui negli ultimi due decenni. In totale libertà. Io mi sono occupato degli anni Settanta e Ottanta, cercando dipinti spesso bellissimi, la cui qualità è incomprensibile per chi è privo di gusto e digiuno di studi. Tristezza. Malinconia, vile abuso dei morti che non possono smentire: questo è Giancarlo Politi con i suoi adepti ignari di tutto. I miei collaboratori lo ricordano ossequioso alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati o al Ministero, attratto dal potere, e con il desiderio di ingraziarsi Berlusconi, fino a rischiare di deludere i suoi lettori. E, abituato a mentire, come quando mi ricorda in visita, con sua «somma sorpresa», al Trevi Flash Art Museum, dimenticando di avermi insistentemente invitato, così come a far parte della giuria del premio, alla quale, come si capisce bene, non avrei potuto aderire spontaneamente. Insensatezze, calunnie, millantata amicizia con critici sempre disprezzati come Maurizio Sciaccaluga e Alessandro Riva: tutto questo, e non di più, è lo spirito critico di Giancarlo Politi. Lasci, Politi, in pace i morti, e non pieghi la storia e la verità ai suoi giochi. Perché, contrariamente a quanto pensa o depenna, l'Arte non è un «nonsense», non è un «accessorio» della vita. L'Arte è la forma stessa della vita.