«Non potrò mai diventare direttore generale...». Con autoironia canticchia un vecchio motivo di Eduardo Bennato il sovrintendente regionale Stefano De Caro che, invece, direttore generale per il settore archeologico del Ministero per i beni e le attività culturali lo è appena diventato, nominato dal ministro Francesco Rutelli. Vesuviano di Boscotrecase, «anche se sostanzialmente mi considero di Torre Annunziata», precisa, De Caro è orgoglioso di essere figlio di un operaio metalmeccanico dell'Ilva: «Devo molto alla visione metalmeccanica della vita. Ho frequentato il liceo classico, poi lettere antiche e mi sono laureato in archeologia (con una tesi sulle necropoli di Napoli), ma senza la concretezza del fare, mutuata dalla vita operaia, non avrei saputo coniugare passione umanistica e macchina burocratica». Nato a poca distanza da Pompei, lei era uno di quegli studenti che da grandi sognano di fare l'archeologo? «Per la verità volevo diventare capitano di marina. Ma mio padre, che prima di lavorare all'Ilva era stato per molto tempo marinaio, mi liquidò con un "al mare abbiamo già dato"». Così pensò di dare alla «terra» come scrigno di tesori da svelare. «Diciamo di sì, ma non per passione romantica. Per concretezza. Uno scavo archeologico consegna cose e visioni: prima c'è solo terra e niente, dopo c'è una villa che si guarda, si attraversa, si tocca. E l'aspetto materico dell'archeologia che mi ha affascinato». Però lei non ha fatto l'archeologo con la zappetta e il pennellino ma ha disegnato strategie dalle sovrintendenze... «Certo non è la stessa cosa, da subito mi sono dovuto confrontare con la macchina burocratica, proprio io che sono uno concreto. E anche ora, in vista del nuovo incarico, quello che mi preoccupa è una certa astrattezza che comporta la dirigenza di un settore così importante in Italia». Da quello che ha detto e dice non si capisce bene una cosa. Ma lei è contento o no di andare a Roma? «Bella domanda... In questi casi i sentimenti non sono mai univoci. Certo mi avrebbe fatto piacere continuare il mio lavoro in Campania che è una regione ricchissima di beni culturali. Poi penso che l'incarico che mi tocca è stato di personalità del calibro di Bianchi Bandinelli e Fiorelli, e non posso non esserne che onorato. C'è da dire, però, che fino a prova contraria, la Campania è una regione italiana e che quindi dalla postazione romana potrò seguire con particolare attenzione i cantieri che, per così dire, lascio aperti». Quello a cui tiene di più o che ritiene strategico per il futuro dei beni culturali in Campania? «Sicuramente è il tema della gestione dei musei e dei nuovi scavi siamo passati da 5 a 40 il cui futuro è sicuramente nella forma condivisa tra Stato ed enti locali...». In una parola la questione, non pacifica peraltro, della Scabec, la società mista tra ministero, enti e privati che ancora attende l'ok da Roma. «Esattamente. È una questione centrale e rappresenta forse anche l'unico rammarico che mi porterò dietro». In che senso? «Le polemiche che ci sono state hanno creato un equivoco, quasi che, creare la Scabec per risolvere l'annosa questione della gestione fosse un mio sfizio, per così dire, invece la questione è serissima: alla fine dell'anno i tanti cantieri aperti, dal museo di Baia allo stadio di Antonino Pio, ai tanti altri siti dei Campi Flegrei saranno ultimati ma rischieranno di rimanere chiusi. Manca il personale, da chi stacca i biglietti a chi li sorveglia. Fondamentale è dunque affrettarsi a individuare un modello di gestione. La Scabec sta modificando la sua struttura in base alle modifiche legislative che intanto ci sono state. Ma questa è materia da avvocati, io posso solo ribadire che il modello di gestione che propone rappresenta una soluzione». Quali sono i progetti di cui è più fiero? «La creazione del museo di Baia, del centro regionale campano per la catalogazione dei beni culturali, l'accordo con l'assessore Cundari per i Piani paesaggistici (macro-piani che prevedono non solo vincoli, ma anche sviluppo), il protocollo con la Curia per la creazione del un parco della Sanità che unisce i percorsi nelle catacombe, la Scuola di restauro che partirà al Quisisana di Castellammare di Stabia». Il progetto che lascia più a malincuore. «La realizzazione del museo della metropolitana, ma il ministro Rutelli mi ha assicurato che anche da Roma potrò sovrintendente alla sua realizzazione». E quello che non ha avuto il tempo di realizzare? «Il Museo della città di Napoli. La nostra è una delle poche metropoli a non avere un museo civico che racconti, dal punto di vista storico e artistico, tutto il percorso della comunità. Ci sono collezioni come quella del Filangieri o quella di San Martino, ma nessuna che dia organicità al storia della vita di Napoli dalla sua fondazione. E, nella città di Croce e Galasso, questo è un vuoto da colmare. La sede, per la quale avevo già avuto l'ok del sindaco Iervolino, è il Maschio Angioino che perderà la sua funzione di sede amministrativa». Conosce il suo successore Vittoria Garibaldi? «Sì, è umbra come mia moglie. La incontrerò lunedì. Viene da una regione assai meno complessa ma con un sistema museale ben funzionante, il cui modello potrà giovare alla Campania. Da Roma, però, l'aiuterò».