Un fiume in piena, destinato ad aumentare ancora il prossimo anno, nonostante il rinnovato rigore delle finanze pubbliche. Oltre 7 miliardi di euro, pari a 14 mila miliardi delle vecchie lire, generosamente versati dalle casse dello Stato nelle tasche per lo più di società o enti, privati e pubblici. Più o meno utili, più o meno di successo. Una finanziaria nella finanziaria di ogni anno, e sul business del contributo pubblico a fondo perduto mezza Italia campa da anni. Società culturali, imprese di ogni tipo, giornali e televisioni nazionali e locali, istituti di ricerca, cliniche e istituti di ricovero, scuole private, aziende di trasporto a capitale misto, organizzazioni sindacali e patronati, produttori di cinema e teatro, associazioni combattentistiche e mille altri. Un rivolo di questuanti che ogni anno bussa alle casse dei vari ministeri, certo di ottenere qualcosina per andare avanti. Una sponsorizzazione pubblica, un aiutino, un contributo in conto capitale, l'interesse su un mutuo; c'è solo l'imbarazzo della scelta, e sempre una leggina magari dimenticata a soccorrere. Con tanti rivoli in cui questo vero e proprio fiume di denaro pubblico si disperde ogni anno, è quasi impossibile verifìcarne davvero la corrispondenza ai fini. D'altra parte per 7 miliardi che escono, almeno un miliardo se ne va ogni anno per mantenere commissioni, comitati, dirigenti ministeriali che dovrebbero accertare i requisiti minimi dei questuanti. A qualcosa il loro lavoro serve, perché almeno altri 5 miliardi all'anno di contributi restano solo sulla carta: vengono respinti al mittente, che non ne ha diritto. Da questa settimana Il Tempo, in una lunga inchiesta condotta ministero per ministero, spreco per spreco, cercherà di raccontare ai suoi lettori che cosa lo Stato da anni finanzia attraverso le loro tasse. Dando un'occhiata anche alle attività, ai bi-lanci, alle ricerche effettivamente svolte dai beneficiari del contributo pubblico. Anche da quegli enti pubblici, della cui esistenza tutti avevano perso memoria meno i dipendenti della Ragioneria generale dello Stato che ogni mese devono staccare il loro bell'assegno per mantenerli. Dalle diocesi ai partiti, tutti hanno bussato La corsa alla fine si è fermata. Ma negli ultimi anni, da quando sono cambiati i regolamenti per avere i contributi statali destinati ai beni culturali o per ricevere qualche briciola dell'otto per mille dello Stato, alla grande mammella pubblica hanno provato ad abbeverarsi quasi tutti. Qualcuno ci è riuscito, altri sono stati respinti alla porta quasi offesi, perché se tutti ricevono... La prima volta fu con le nuove norme del 1996 stabilite dall'allora ministro dei Beni culturali, Walter Veltroni. Per avere un contributo triennale si erano travestiti da organizzatori di cultura perfino compassati monsignori. Per 25 mila euro, 50 milioni dell'epoca, avevano sostenuto di essere centri culturali di primo interesse l'Arcidlocesi di Amalfi, l'Arcidiocesi di Napoli, l'Ente diocesi di Pozzuoli, il Santuario della Beatissima Vergine del Rosario di Pompei e la Casa dell'ordine dei chierici regolari di Campi Salentina. Nei casi di Amalfi, Napoli e Pozzuoli fu proprio il vescovo a prendere carta e penna facendo a Veltroni regolare richiesta di contributo. Archiviato, perché la legge non lo consentiva. In teoria per avere quel contributo così ambito era necessario avere svolto una rilevante attività di ricerca, avere personalità giuridica, poter contare su una importante attività pubblicistica e la necessità di presentare un bilancio sano e certificato da un revisore dei conti. L'anno dopo a stringere i cordoni della borsa fu Romano Prodi fissando paletti meno allegri per la distribuzione dell'8 per mille Irpef di competenza dello Stato. Quasi con scandalo, vennero allora respinte al mittente 530 richieste, che non ne avevano diritto. Fu sbattuta la porta in faccia perfino ali ex presidente della Rai, Enzo Siciliano, che rappresentava nell'occasione il Gabinetto Viesseux in cerca di 640 milioni di vecchie lire. Fu negato un contributo da 3 miliardi e 300 milioni di lire all'Istituto Gramsci, allora retto dal dalemiano Giuseppe Vacca (lo stesso istituto trovò anni dopo le porte chiuse anche da Giuliano Amato). Respinto al mittente perfino l'Istituto Alcide De Gasperi che chiedeva 339 milioni per la divulgazione scientifica del pensiero del leader politico omonimo. Da allora restati a bocca asciutta altri simboli culturali della Prima repubblica, come la Fondazione Spadolini, quella Luigi Einaudi e l'Associazione Sandro Pertini.
Anche nel 2003 i grandi regali di Stato
Il governo italiano ha destinato oltre 7 miliardi di euro ai contributi pubblici per lo sviluppo culturale e sociale nel 2022. Tuttavia, solo una piccola parte di questi fondi è stata effettivamente utilizzata per finanziare progetti e attività culturali. Molti enti e società hanno richiesto contributi, ma molti sono stati respinti a causa di problemi di ammissibilità o di mancanza di attività pubblicistica. L'inchiesta del quotidiano Il Tempo ha scoperto che molti beneficiari del contributo pubblico non hanno effettivamente svolto attività di ricerca o pubblicistica, e che molti fondi sono stati utilizzati per commissioni e dirigenti ministeriali.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo