Racconta Vittoria Garibaldi che la prima reazione avuta alla notizia della nomina a direttrice regionale per i Beni culturali della Campania è stata di cercarsi una sedia. In piedi non avrebbe retto. Emozione? «Beh, è una di quelle comunicazioni che cambiano la vita. Dopo 27 anni a Perugia, ora Napoli. Ho pensato che in fondo era il destino: 25 anni fa, quando vinsi il concorso, mi si offrì la scelta proprio tra le due città. Io avevo un bambino piccolo e scelsi l'Umbria. Adesso, arriva il momento della Campania», dice. Martedì la telefonata del ministro Francesco Rutelli, ieri gli ultimi impegni a Spoleto per l'apertura del Museo del Ducato Longobardo presso la Rocca Albornoziana, lunedì mattina a Castel dell'Ovo lo scambio delle consegne con Stefano De Caro, promosso al vertice del settore archeologico nazionale di via del Collegio Romano: tutto in rapidissima sequenza, nemmeno il tempo per abituarsi all'idea di dover avere a che fare con una regione dal patrimonio culturale ricco e disordinato, articolato in una presenza vasta e complessa, costantemente in bilico tra lo splendore e l'emergenza. Vittoria Garibaldi è una storica dell'arte della scuola di Angela Maria Romanini, medievista di fama, con cui si è laureata alla Sapienza e poi specializzata. Romana, ha superato da qualche anno i 50, è bisnipote di Giuseppe Garibaldi per via diretta, suo padre Ezio era l'ultimo figlio maschio di Ricciotti, a sua volta quartogenito dell'eroe dei due mondi e di Anita. Che cosa le ha detto il ministro, quale compito prioritario le ha dato per la sua missione in Campania? «Di andare, e si è limitato a tanto. In realtà non ho avuto modo di parlare diffusamente con lui, lo farò prestissimo. Ma mi pare sufficientemente chiaro lo scenario della regione dove opererò, sono informata e so anche bene che dovrò mettermi subito al lavoro». Iniziando da che cosa? «Innanzitutto confrontandomi con i soprintendenti, gli amministratori regionali, comunali e provinciali, i rappresentanti della Chiesa, con tutti coloro che sono titolati nella salvaguardia e nella gestione dei beni culturali presenti in Campania. Lo interpreto come un mio dovere e sono convinta che saranno miei utili collaboratori nell'importante compito affidatomi». Questa è una buona indicazione di metodo. Ma immagina già su quale terreno sperimentare la collaborazione che verrà? «Penso di farmi guidare dall'esperienza maturata in Umbria, una regione che per densità e diffusione di opere d'arte è certamente al livello della Campania, anche se non problemi assolutamente diversi. Io credo fortemente nella valorizzazione del bene culturale, nell'aperta al pubblico e nella possibilità che la frequentazione dei luoghi - nei limiti ovvii - possa essere garantita ai più. So bene che andrò a lavorare in luoghi dove tra gli scavi di Pompei ed Ercolano, la Reggia di Caserta, la stessa città di Napoli - solo per citare gli esempi di maggior notorietà - si trovano posti in cima alle graduatorie di affluenza di visitatori e turisti. Sono pure convinta che bisognerà continuare su questa strada e farlo sempre al meglio». A questo proposito, lei sa di dover affrontare questioni che da tempo sono all'ordine del giorno, e con accenti di vivace polemica, del dibattito regionale. Il caso della Scabec, l'utilizzo dei fondi per il por Campania, la riorganizzazione delle soprintendenze secondo le indicazioni del ministro Rutelli, tanto per dire. «Sono questioni sulle quali dovrò approfondire la mia conoscenza. Mi aiuterà l'incontro che avrò con De Caro lunedì e i rapporti con alcuni dei soprintendenti che operano nella regione. A fine agosto potrò essere in grado di dire qualcosa in più». Chi conosce dei soprintendenti che troverà in Campania? «Di fama tutti. Personalmente bene Antonio Spinosa, meno Giuseppe Zampino ed Enrico Guglielmo, poco Pier Giovanni Guzzo. Non conosco purtroppo Maria Luisa Nava». Nel settore dei beni culturali campani la parte archeologica ha una dimensione importante, per qualità e quantità di valore assolutamente internazionale e con problemi di contesto però allarmanti. Lei è una storica dell'arte: avrà difficoltà a confrontarsi con tale scenario? «Anche in Umbria ho affrontato una situazione di questo genere, non delle dimensioni di quella campana ma comunque importante. I risultati del lavoro sono stati positivi e l'esperienza di aiuterà. Dalla direzione regionale dovrò avere uno sguardo largo e confesso di non credere che la mia formazione di base possa risultare un ostacolo. Poi, se proprio vogliamo metterla su questo piano, ricordo che non sono diventata archeologa soltanto perché all'Università presi 29, e non 30, all'esame». La sua carriera di direttrice regionale pare essere segnata dalle critiche che le muovono alcune organizzazioni sindacali, imputandole - come la Uil fa - di non aver un curriculum adeguato per il ruolo coperto. Che cosa risponde? «Niente. Perché a certe malignità e falsità non si risponde. Dico che sono dispiaciuta e rammaricata ma non altro. Quando si superano i limiti bisogna difendersi in altre sedi». Lei lunedì prenderà possesso del nuovo incarico e da allora sarà a Napoli. Mancherà dunque all'inaugurazaione della mostra su Pinturicchio, da lei curata, il prossimo due febbraio alal Galleria nazionale dell'Umbria di Perugia? «Per nessun motivo, a Perugia ci sarò. Quella è una sfida che ho vinto, ora me ne tocca un'altra».