Compiuto il primo passo nella costruzione del nuovo ponte porgettato dall'architetto spagnolo. Migliaia di veneziani hanno atteso durante la notte il passaggio della chiatta «Susanna» con a bordo le «spalle» dell'opera, pesanti 80 tonnellate l'una. E stasera si replica Sono qui, dice in perfetto dialetto veneziano l'uomo al telefonino, probabilmente alla moglie. Sono bloccato da questo «cancaro» di ponte di Calatrava. Pochi metri più in là, a Piazzale Roma, una squadra di tecnici sta lentamente facendo combaciare il primo braccio del nuovo ponte sul Canal Grande. Buona parte dei veneziani sono come questo tizio. Detestano tutto quello che si cerca di fare in questa città, soprattutto se intralcia la loro tranquillità, i loro percorsi e, soprattutto, i loro affari. Per tutto questo, dunque, sono poi del tutto - e colpevolmente - indifferenti allo scempio del Mose. Perché non li intacca direttamente, distrugge solo la laguna, quello, non i loro immediati dintorni. Egoisti sfrenati, i veneziani. Incapaci anche solo di intuire l'evento comunque epocale che in questi giorni Venezia sta vivendo. Perché al di là di tutte le polemiche il ponte di Calatrava è un evento epocale. Per gran parte dei veneziani, invece, una rottura di balle. Non proprio per tutti, a dire il vero. Perché se stamattina, sabato, sono poche decine ad accompagnare di pupille il lento amplesso fra il braccio versante Piazzale Roma alla spalla che lo sorreggerà per sempre - un appropinquarsi lentissimo come un corteggiamento fatale - erano in migliaia, la notte prima, a essersi dati appuntamento lungo le rive del Canal Grande e sopra ai suoi altri tre ponti per veder passare Susanna, una chiatta lunga cinquanta metri e larga sedici, sulla quale sono state collocate le spalle del ponte, ottanta tonnellate l'una. La prima trasportata la notte fra venerdì e sabato, la seconda fra sabato e domenica. Il 7 e 8 agosto toccherà poi al corpo centrale. Sì, una Venezia curiosa e partecipe c'è ancora. Non c'è solo chi spreme i turisti ma anche chi fa resistenza perché questa città non imbocchi la deriva disneylandiana che sembra sempre più inevitabile. Allora immaginateveli, questi veneziani, darsi in parte, qualche centinaio, appuntamento alla Biennale Teatro, per vedere «L'ultima casa», spettacolo scritto da Tiziano Scarpa e portato in scena dalla compagnia Pantakin nell'ambito della rassegna Goldoni e il teatro nuovo. Risate e applausi per un'opera che racchiude in sé la tradizione e la genialità di uno scrittore, Scarpa, che ha fatto sua - lo sanno bene i suoi lettori - non soltanto la lezione goldoniana. Applausi, dunque, e dopo la terza chiamata in scena di attori, regista, Michele Casarin, e autore, tutti sul Ponte dell'Accademia, ché sono quasi le ventitré e tra poco il pezzo di ponte passerà qua sotto. Questo, di legno, è già quasi pieno di gente. Dell'altro, quello di Calatrava, si parla da anni. Ritardi su ritardi, intoppi su intoppi, imprecazioni su imprecazioni, e stanotte, finalmente, è la notte. L'atmosfera è quella che respiri nelle feste popolari (c'è stato il Redentore, qui, un paio di sabati fa). C'è quella complicità collettiva sempre più rara, ormai. I turisti si domandano stupiti che cosa stiano guardando tutte quelle persone appoggiate al parapetto, sguardo puntato, per ora, verso il nulla. Qualcuno sfoggia il suo più che improbabile inglese per spiegare che un nuovo bridge nascerà stanotte. Sembra vuoto, in effetti, il paesaggio davanti gli sguardi di chi è appoggiato al parapetto. E anche se qualcuno domanda quando iniziano i Foghi (d'artificio, quelli del Redentore), lo spettacolo stupefacente è il Canal Grande piatto, vagamente immobile, del tutto privo del moto ondoso perpetuo che da sempre frastaglia il suo stare instabile. Qualcuno la guarda incantato, la superficie dorata non più graffiata ma accarezzata di luci, tirarsi via compatta, liscia e nitida, da qua sotto fino alla Salute. Mai vista, prima. Ma la gente è concentrata sul fondo, l'imbocco del canale, Punta della Dogana. Da lì apparirà Susanna, la chiatta e il suo pezzo di ponte sopra. Intanto, i lampeggianti blu della polizia municipale sono il segnale di qualcosa di imminente. Ecco vedi, dice qualcuno, laggiù. Ma laggiù è una motonave in arrivo da Punta Sabbioni. C'è l'ansia per l'evento o forse l'urgenza di raggiungere finalmente il letto. Nemmeno qua sopra soffia un filo d'aria. Ci si fa vento con ciò che capita e le due ragazze col ventaglio sono le più circondate. Alle 23.53, eccolo, esclama qualcuno. All'improvviso appare il corteo, aperto da Francesca, la barca d'assistenza. Si chiama come me, sorride una ragazza qua vicino, orgogliosa di partecipare per interposto natante all'evento epocale. Dietro, la superchiatta, ma non c'è nessuna Susanna, nei dintorni, a rivendicarne l'omonimia. L'equipaggio di tecnici è schierato a prua, caschetti gialli, tute arancione, pettorine rosse. Sembrano i Village People, ride Francesca. Ma l'evento è in atto, con tutta la sua simbologia. La gente cerca di riconoscere il pezzo di ponte. Qualcuno dice che brutto colore, è rossonero. Ma non sarà quello il colore finale, credo. La velocità è al ralenty. Ognuno può godersi in tempi più che dilatati il passaggio di questo urbanistico «c'ero anch'io». In coda, a chiusura del corteo, il tanto evocato sindaco Cacciari, camicia grigia, pantaloni beige, capelli e barba che sembrano farsi un baffo dell'afa atroce. «Abbiamo previsto l'imprevedibile», ha ripetuto in questi ultimi giorni. E cioè il passaggio sotto al Ponte di Rialto, manovra che richiederà un paio d'ore, roba da notte inoltrata e arrivo in Piazzale Roma alle cinque e trenta del mattino Chissà chi porterà cappuccino e brioche agli abilissimi piloti di quegli enormi cosi. I più vanno a letto. Speriamo di non sentire un botto, verso le due, dice qualcuno. Se viene giù lo faranno rifare a Calatrava pure quello, esclama un altro. E invece eccolo qua, la mattina dopo. Penetrazione perfetta fra braccio e spalla poco dopo mezzogiorno, addirittura in anticipo sulle tabelle. Ponte di Rialto sempre lì, calpestato da migliaia di sandali e infradito. Stanotte si replica, settimana prossima pure. E a Ferragosto sandali e infradito non si negheranno nemmeno a quel «cancaro» di Ponte di Calatrava. Che sarà bellissimo, statene certi. www.robertoferrucci.com