L'ACCORDO raggiunto con il Getty Museum è una «vittoria etica, sia per il nostro Paese e il Ministero dei Beni culturali, sia per la stessa istituzione americana», spiega il vicepremier e ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli: 39 reperti archeologici di grandissima importanza torneranno in Italia entro il 2007, a spese del Getty; nel 2010, sarà restituita anche la Venere di Morgantina, mentre il destino del bronzo d'Atleta vittorioso di Lisippo verrà deciso soltanto alla fine del processo, aperto a Pesaro. Per effetto dell'accordo, lo Stato italiano, dice Maurizio Fiorilli che lo rappresenta in aula, si ritirerà dal ruolo di parte civile nel processo in corso a Roma contro Marion True, l'ex curator del Getty (ma forse, non nei confronti di Robert Bob Hetch, uno dei maggiori mercanti internazionali, che, per esempio, ha venduto al Metropolitan di New York il famoso Cratere di Eufronio). Rutelli è al settimo cielo, e lo si può capire; dice che l'accordo «stringe il cerchio attorno ai trafficanti d'arte», i "predatori dell'arte perduta"; ma avverte anche che "l'operazione ritorno" non è ancora completata. Ci sono da risolvere i casi di alcuni musei europei: in particolare, la NY Carlsberg Gliptotek di Copenhagen (che possiede dei frammenti di un carro etrusco, con bassorilievi di leoni dormienti, acquistato per quasi un milione di dollari, proprio da Hetch, e un'antefissa con Menade e Sileno; e quello di Berlino (che invece detiene sette vasi etruschi). Ma anche quelli di alcune istituzioni giapponesi, specie il Miho Museum, che ha aperto i battenti nel 1991, imbottito di oggetti derivanti da scavi illeciti compiuti nel nostro Paese. Ma di questi musei sentiremo certamente parlare nel futuro in modo assai più esauriente. Per ora, restiamo ai fatti americani, anzi, soprattutto, a quelli del Getty. La trattativa è stata lunga e difficile; ma a far decidere l'istituzione californiana per il ritorno di tanti oggetti (un valore stimato di oltre 300 milioni di euro), è stata soprattutto l'impossibilità di qualsiasi difesa: di molti tra loro, infatti, Giacomo Medici, nei suoi locali al Porto Franco di Ginevra, conservava le foto (sovente delle polaroid) che ritraevano gli oggetti prima del restauro, e spesso, anzi, ancora sporchi di terra. Non solo, ma alcuni dei reperti che torneranno, sono stati acquistati dal Getty a pezzi e bocconi: frammento dopo frammento, talora da diversi venditori, o prestanome, e perfino nell'arco di 10 anni; soltanto alla fine, erano ricomposti e restaurati. Ed alcuni sono pezzi unici al mondo, pagati svariati milioni di dollari; spesso, derivanti dallo stesso contesto, ormai irrimediabilmente smembrato e irriconoscibile, non più in grado di raccontare nulla di sé agli studiosi. Di alcuni affreschi pompeiani, di cui esistono le agghiaccianti foto durante il saccheggio, non s'è nemmeno riusciti ancora a ritrovare la villa da cui sono stati sottratti. Il "giro" era sempre lo stesso. Dapprima, i tombaroli; poi, i grandi "mediatori"; infine i mercanti internazionali. Di grandi collettori d'opere scavate, ne sono stati scoperti almeno due, che, in pratica, si dividevano il mercato: a Giacomo Medici quello del Centro Italia, a Gianfranco Becchina quello del Meridione. Al primo, a Ginevra, sono stati trovati oltre 3.000 oggetti, già rientrati in Italia; al secondo, a Basilea, ben 7.000, che, tuttavia, la polizia elvetica non ha ancora trasmesso alle nostre autorità. E il bello è che, formalmente, da Medici il Getty non ha mai acquistato nulla: sempre tramite altri mercanti, come Hetch o Robin Symes, a Londra. Per dare meno nell'occhio, perché Medici era più facilmente collegabile agli scavi di frodo. L'Italia è decisa ad andare a fondo di quest'autentica "pirateria" dell'arte, che è durata oltre 30 anni. Ne ha i titoli, come spiega ancora Rutelli, perché pretende che le si restituiscano gli oggetti indebitamente sottratti, ma esso stesso restituisce, quando è il caso, ad altri Paesi. Reperti assai importanti sono già stati riconsegnati, di recente, al Pakistan; altri, ritorneranno presto in Iran; e intanto, un'impresa italiana, vincitrice di un concorso bandito dall'Unesco, ha iniziato i lavori per ricollocare, dov'era, la Stele di Axum, finalmente tornata in Etiopia. Il risultato della ferma azione del nostro Paese, dice ancora Rutelli, è che i traffici clandestini dal nostro Paese, e, precisa il generale Giovanni Nistri a capo dei carabinieri per la tutela del patrimonio artistico, anche gli stessi scavi, sono fortemente diminuiti. Ma per chiudere 30 anni di immense vergogne, bisogna fare chiarezza, e risarcire, fino in fondo.