Il sindaco di Genova, presidente del comitato per le celebrazioni del 2004 che fanno della Superba la capitale europea della cultura, si chiama Giuseppe Pericu. Della sua origine sarda ha dolci ricordi; l'accento genovese è invece perfetto, gradevole. È un conversatore delizioso. Professore all'Università di Milano, uomo di legge, sa esprimere al meglio l'ironia e la fatalità che abitano da secoli sotto la Lanterna. «Qui mi conoscono tutti e non riesco a fare un pezzo di strada senza dover risolvere un problema», ci confida con un sorriso. Ci mostra il suo ufficio, «il più bello d'Italia». Per poterne apprezzare le qualità artistiche passiamo in un salone forse quello consigliare dove dominano due ritratti: Cristoforo Colombo e Marco Polo. «Scusi professor Pericu, sulla genovesità di Colombo nessun dubbio, ma Polo è un veneziano». La frase non riusciamo a terminarla. Quasi con grazia incalza: «Sarà stato veneziano, ma se non lo mettevano in prigione i genovesi non avrebbe mai scritto il Milione...». È vero, ci siamo cascati. Genova contribuì senza troppe spese a creare l'opera immortale. E l'anno venturo, nel 2004, potrà mostrare al mondo anche altre sue qualità, ottenute con metodi più gentili. I restauri e gli immensi lavori la stanno trasformando nella sede dell'anima postmoderna. I barbari bombardamenti della seconda guerra mondiale, che distrussero un buon trenta per cento dei suoi fabbricati, sono ormai un brutto ricordo. Se si passeggia in via Garibaldi, proprio quella che Rubens immortalò nell'au-reo libretto stampato ad Anversa nel 1652 dal titolo Palazzi antichi di Genova, si ha la sensazione di passare in rassegna la storia. Vicino alla sede della municipalità, Palazzo Tursi, da poco sono stati scoperti affreschi del pittore genovese Bernardo Strozzi. Il prossimo anno, dunque, le manifestazioni saranno numerosissime, Inaugurazioni di poli museali, persino un festival di tango argentino, celebrazioni per artisti quali Leon Battista Alberti o Paganini (entrambi nati a Genova). Tra le decine in programma, tre ci sembrano gli appuntamenti di rilievo: la mostra che verrà dedicata a L'età di Rubens: dimore, committenti, e collezionisti genovesi, quella che riguarderà i Transatlantici (un pretesto per parlare del '900 visto dal mare) e Arte Architettura 1900-2000. Quest'ultima si propone di raccogliere e documentare gli sconfinamenti operati da artisti, registi, designers, fotografi, pittori nell'ambito dell'architettura e quelli degli architetti nelle arti visuali. Insomma un tentativo di capire la trasformazione estetica della realtà che stiamo vivendo. C'è poi una Genova ancora da scoprire, da recuperare. Ad esempio, la casa dove abitò Nietzsche, alla Salita delle Battistine. Andarci è un pellegrinaggio. Si fatica su per una scala imbrattata di scritte, dopo un tunnel stradale. Qualche rampa e le case sono ottocentesche, l'angolo segreto. Probabilmente il filosofo prese alloggio all'attuale numero 8, prima del liceo Paul Klee. Si incontrano tedeschi, inglesi. Chiedono. Non c'è una targa (il sindaco, però, ci ha promesso che il prossimo anno sarà posta). Bisogna immaginarsi le visite che giunsero in questo pertugio, compresa quella di Paul Rée del febbraio 1882, quando portò una macchina da scrivere a Nietzsche. Poi la sua salute malferma, i peggioramenti alla vista. Infine credere che il grande muro davanti alla casa sia una netta separazione dal mondo. Il filosofo decide di stabilirsi a Genova l'8 novembre 1880 e cerca la completa solitudine. Si lascia alle spalle la morte di Dio, il distacco da Wagner; anzi proprio in questa città assiste alla Carmen di Bizet. Opera sensuale sino alla trivialità, irruente, rutilante; lo ispira. O meglio, lo inizia a quell'inferno di suoni sporchi che solo qualche anima rara come la sua può trasformare in sublime. Nietzsche scopre definitivamente la dimensione mediterranea. E comincia a elaborare, forse in questa Salita, la prima parte di Cosi parlò Zarathustra, uno dei libri più inquietanti della filosofia moderna. Genova è anche questo. Un luogo in cui si danno appuntamento idee che sanno sconvolgere, atteggiamenti che sfidano. E' troppo? Non si direbbe. Per convincervi, recatevi a Versailles, dove un quadro racconta una significativa storia genovese. Era il 15 maggio 1685. Il doge Francesco Maria Imperiale-Lercari, quattro senatori e il relativo seguito entrano nella Galleria degli Specchi, passando dagli appartamenti reali sulle cui pareti sontuosi arazzi magnificano le gesta di Luigi XIV, il Re Sole. Lui li attende in piedi, dinanzi al trono. Un pittore, Claude-Guy Halle, allora influente membro dell'Académie Royale, oggi artista poco noto oltre i confini francesi, è presente per immortalare. Risparmiamo la descrizione dei doppi inchini e dei sospiri, del cerimoniale insomma, quello che fa specie è che la seconda norma costituzionale della Repubblica prevedeva l'obbligo per il doge di non lasciare mai Palazzo Ducale. Anche la guerra era qualcosa di strano a Genova: la dichiarava appunto il doge ed erano le famiglie titolate a decidere come condurla. La battuta che Francesco Maria proferisce riassume l'indole della città. Luigi XIV gli chiede altezzoso cosa l'avesse colpito di Versailles. E lui, in genovese: «Mi chi», ovvero: «Che io sia qui». Orgogli che a Genova non si cancellano, casomai scompaiono per qualche secolo per poi riaffiorare. Ci racconta il sindaco che quando nel 1999 scoprì una lapide a Palazzo Tursi, dedicata a Maria Cristina di Savoia, poi regina delle Due Sicilie, un drappello monarchico presenziava per l'omaggio alla sovrana di due secoli fa. A un certo punto si odono fischi. Pericu governa con una giunta di sinistra, Rifondazionc compresa: si temevano quindi «reazioni comuniste». Al contrario. Era un manipolo di vecchi repubblicani storici genovesi, che non hanno mai dimenticato l'antico Stato e quel che con la sua scomparsa si perse. Con i Savoia ce l'hanno ancora a morte. Saranno tante le iniziative per Genova capitale della cultura, infinite le mostre da noi soltanto accennate, eccellenti le iniziative per i bambini. Ma quei fischi sono forse il più simpatico documento per l'Europa. Francesco Maria Imperiale-Lercari si sarà anche inchinato tre volte dinanzi a Luigi XIV, si sarà anche tolto il berretto, ma i suoi fischiano ancora.