Il dolce dell'accordo appena reso ufficiale dal ministero per i Beni Culturali e dal Getty Museum, il veleno dell'inchiesta giudiziaria che chiede la confisca di un bronzo superstar finito illecitamente nel museo di Malibù. È la doppia faccia della disputa che da anni oppone Italia e Usa, accusati di accogliere (come anche al Met di New York) reperti portati in luce da «tombaroli» e venduti da mercanti d'arte. Così, se ieri un galvanizzatissimo ministro per i Beni Culturali, Francesco Rutelli (foto), ha annunciato l'ok del direttore del Getty, Michael Brand, a restituirci 40 opere, tra le quali, grazie soprattutto all'impegno della Regione Sicilia, la celeberrima Venere di Morgantina (tornerà in Italia nel 2009, dall'altra parte la procura di Pesaro ha chiesto al gip la confisca della statua dell'Atleta di Lisippo, il bronzo pescato nel '64 nelle acque di Fano che da 1974 è in bella mostra in California. Sul Lisippo Rutelli si era impuntato, e l'accordo ha rischiato di saltare. Brand dice che il bronzo è stato trovato in acque internazionali, dunque non appartiene all'Italia. La realtà è che il pescatore Romeo Pirani, morto coi suoi segreti nel 2004, non si limitò, come sostenne, a seppellire la statua in un campo di cavoli e poi a venderla a uno sconosciuto per tre milioni e mezzo, ma - secondo gli inquirenti - che la statua, del IV secolo, finì nelle mani di un antiquario di Gubbio, poi in una canonica, fu quindi esportata di nascosto in Svizzera, passò poi a Francoforte e infine nelle mani del Getty Museum che la comprò per 4 miliardi e 750 milioni di lire. Un contenzioso estenuante - strepitò pure Federico Zeri - cominciato nel '65 e finora senza un nulla di fatto. La scorsa primavera l'avvio di un nuovo processo - dietro esposto nel quale si prospetta per la prima volta il reato di contrabbando - e ora la richiesta di confisca, possibile anche quando i reati sono caduti in prescrizione. Se il gip dirà sì, la parola passerà ai nostri diplomatici. Lidia Lombardi