I tecnici e i dirigenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) sono in fibrillazione, per molte ragioni: un assetto del Ministero - ereditato dagli anni 90 e primi 2000 - che continua a non convincere; accorpamenti di direzioni generali discusse; rotazione di direttore generali regionali in base a criteri «politici» che poco si conciliano con la meritocrazia tecnico-culturale (altra eredità del passato, legge Bassanini peggiorata da legge Frattini, anche se la suprema Corte ci ha messo di recente una pezza); un Consiglio Superiore, finalmente rivitalizzato, che peraltro non si sente abbastanza ascoltato in critiche e proposte, e altro ancora. Anzitutto il giro di poltrone di ieri. Alcune nomine o conferme sono valide (Di Francesco a Milano, che sulla lottizzazione di Mantova si è ben portata, Pittarello in Piemonte dove Urbani poté mandare il proprio segretario politico). Lascia molto perplessi la sostituzione di un archeologo di grande spicco come Stefano De Caro alla Direzione generale della Campania, anche se il medesimo viene portato a Roma, alla direzione generale dell'archeologia. Dalla quale viene però sollevata Anna Maria Reggiani, per la quale c'era stato un coro unanime di consensi tecnici. Invece andrà in Abruzzo, e non è certo un premio, anzi. Sorprende poi la sostituzione di De Caro, in Campania, con Vittoria Garibaldi la quale denuncia Gianfranco Cerasoli, segretario della UilBAC- a vari concorsi da dirigente Storico dell'Arte non è stata promossa. Dirigente C3, venne nominata soprintendente da Urbani con contratto esterno e con la stessa forma contrattuale va in Campania ad occupare uno dei posti più delicati e scottanti del Belpaese. Lascia vacante, per ora, l'Umbria, regione non da poco. Un «tourbillon » che crea molti scontenti e che non sembra proprio rafforzare un Segretario generale quale Giuseppe Proietti il quale pure gode, da tempo, di vasta e meritata stima. Veniamo ai problemi strutturali. Il documento approvato l'11 aprile scorso dal Consiglio Superiore dei BC sulla riorganizzazione del MiBAC è piuttosto severo. Vi si parla di «testo deludente» e di operazione «non informata da chiari obiettivi». Le competenze del Segretario Generale dovrebbero «essere meglio precisate », il numero delle Direzioni Generali continua ad essere «troppo alto, a svantaggio delle strutture periferiche», con un «eccessivo numero di Direttori Generali di contenuto burocratico-amministrativo a fronte di quello tecnico- scientifico». Per la verità il giudizio di molti si è fatto anche più pesante quando il Ministero ha deciso di incorporare - per ragioni di economia - la storica Direzione generale dei beni artistici e storici (la madre, assieme a quella dei beni archeologici, del Ministero stesso!) in quella dei beni architettonici. Confermando con ciò la perdurante, sostanziale emarginazione degli storici dell'arte, e pure degli archeologi, dai posti-chiave, centrali e regionali del MiBAC. Piuttosto paradossale pensando alla storia, anche amministrativa, della tutela in Italia. Dunque, Direttori generali regionali tutti architetti, ingegneri o amministrativi. Tranne la contestata Garibaldi e l'esiliata Reggiani. Strano Paese dell'Arte. Visto da fuori, deve sembrare un po' stravolto rispetto alle migliori tradizioni e a quel disegno di Ministero che Giovanni Spadolini pensò «in grande», con un forte contenuto di competenze scientifiche e storiche. In realtà la creazione del Ministero della Cultura ha messo insieme, per giunta con strumenti di governo inadeguati, cose e logiche molto diverse. Ancor più diverse se ci si infila pure il turismo di massa, il quale consuma quei beni irriproducibili, poco curandosi dello stato di salute della «materia prima» consumata. Ci si è così sempre più allontanati da quel «Ministero di patrimonio » con forti poteri di intervento e alta qualificazione tecnico- scientifica, il quale avrebbe dovuto presiedere in modo attivo alla tutela dell'intero patrimonio storico-artistico-paesaggistico. Tutela che, in tal modo, avrebbe recato in sé la valorizzazione di questo sterminato e straordinario complesso di beni chiamato Italia. Purtroppo la «riforma» del MiBAC ha introdotto almeno due elementi che hanno indebolito invece la rete territoriale delle Soprintendenze, messa in piedi agli inizi del '900, ribadita, sia pure centralisticamente, da Giuseppe Bottai e promossa a Ministero operativo da Giovanni Spadolini nel 1975, senza sciogliere (ecco un punto nodale) il rapporto con le Regioni alle quali si stavano dando competenze strategiche (urbanistica, ambiente, agricoltura, paesaggio, musei e biblioteche di enti locali, archivi, ecc.). Struttura, malgrado la cronica carenza di mezzi e di personale, invidiata e copiata all'estero, a cominciare dalla Francia. I due elementi di indebolimento furono: a) i Soprintendenti Regionali divenuti poi Direttori generali regionali, «funzione che resta incerta, mal definita e incoerente » (dicono Salvatore Settis e i componenti del Consiglio Superiore da lui presieduto), mentre la creazione delle Direzioni generali regionali «ha impoverito gli organici delle Soprintendenze territoriali di settore, degli Archivi e delle Biblioteche, ne ha diminuito la progettualità, mortificato la capacità di iniziativa, limitato l'autorevolezza nel contesto locale ». Il fatto stesso che i vincoli vengano decisi e apposti dai Direttore generali regionali ha tolto strumenti, prestigio, motivazione ai colleghi che reggono le Soprintendenze di settore sul territorio. Il secondo elemento di indebolimento è rappresentato dalla istituzione (anche questa eredità di un recente passato) dei Poli Museali, con una filosofia di fondo che va in direzione esattamente contraria, anche qui, alla storia e alla storia dell'arte. Proprio nel Paese che meglio di ogni altro aveva saputo affermare il legame organico fra Museo e territorio, si sono costruite in laboratorio creature artificiali che molto dicono sul piano del potere di chi le regge e poco dicono sulla coerenza dell'agire scientifico, anche sulla capacità di valorizzazione. Un tempo si diceva: torniamo allo Statuto! Qui si potrebbe dire: torniamo al territorio e alle sue specificità, storie e vocazioni culturali. Mentre al Consiglio Superiore dei Beni culturali la bozza di riorganizzazione del MiBAC fornisce la riconferma di una «struttura verticistica, piramidale e burocratica », sottraendo così «competenze e libertà di movimento alle Soprintendenze territoriali, agli Archivi, alle Biblioteche», con «l'effetto di deresponsabilizzarne i titolari». E di rendere anche più complesso il già complesso rapporto con le Regioni, alcune delle quali (la Toscana, per esempio) rivendicano da tempo la piena e integrale tutela del patrimonio regionale. Malgrado che le esperienze di regionalizzazione siano per lo più disastrose, a partire da quella della Sicilia. Qui, fra i tanti discorsi, si innesta la già ricordata legislazione sullo spoil system che, applicata alla delicata materia della tutela e ai suoi vertici, ha prodotto, negli anni del governo Berlusconi, danni irreversibili, allontanando dirigenti capaci e meritevoli (il primo caso fu quello di Paola Carucci all'Archivio Centrale dello Stato di Roma) per ragioni che nulla avevano di tecnico e di scientifico, spedendoli in esilio in piccole regioni (Ruggero Martines «promosso»Direttore generale regionale in Molise dalla Soprintendenza ai Beni architettonici di Roma) o lasciandoli proprio senza incarico (Francesco Scoppola). Gli anni di Giuliano Urbani al Collegio Romano e di Letizia Moratti in Viale Trastevere (11 direttori regionali sostituiti su 18...) non saranno facilmente dimenticati, per queste e altre ragioni. Anche per l'assenza di concorsi coi quali selezionare e premiare i dirigenti più giovani, o meno anziani, visto che l'età media dei funzionari è nel frattempo salita ben oltre i 50 anni. Col rischio di continuare a stabilizzare precari, di creare attese sbagliate di carriera, come avvenne con la legge n. 285 per l'occupazione giovanile. Nominare il vertice del Ministero per via essenzialmente politica, secondo le leggi Bassanini e poi Frattini, è stato un errore grave. Da non ripetere. Oggi gli strumenti, grazie alle sentenze della Corte costituzionale, ci sono. Lo spoil system applicato in modo così sommario e brutale non può che indebolire fortemente l'autonomia dei dirigenti: «la debolezza del dirigente produce una sinergia fra cattiva politica e cattiva amministrazione», hanno lucidamente scritto Cesare Salvi e Massimo Villone nel loro ottimo libro (il primo) sul costo della politica. In tal modo il dirigente diventa - tanto più a livello regionale, purtroppo - una sorta di portaordini del politico e «l'intero castello costruito sulla separazione fra politica e amministrazione collassa». Si crea così un circuito perverso: «trasparenza e responsabilità »vengonodecise «direttamente dal politico». All'attuale Ministero per i beni e le Attività culturali va riconosciuta una seria capacità di intervento su alcuni punti deboli o debolissimi delle precedenti gestioni: dal paesaggio (ma il maggio 2008 è vicino e bisogna accelerare la revisione del Codice per il paesaggio già notevolmente migliorato, va detto, sotto Buttiglione), all'abbatimento di taluni «ecomostri», al recupero di opere d'arte trafugate, agli stessi concorsi per coprire finalmente i posti pericolosamente vacanti nelle strategiche Soprintendenze territoriali di settore. Per quest'ultimo concorso però sono ormai passati due mesi dalla conclusione. Che si aspetta per dar corso pratico a quell'esito tanto atteso e per insediare i nuovi titolari?
l'Unità
2 Agosto 2007
MINISTERO DEI BENI CULTURALI - Giro di valzer ai Beni culturali
VI
Vittorio Emiliani
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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