«In comune con Indiana Jones abbiamo solo l'abbronzatura. Non ci è consentito portare la frusta negli scavi». A parlare è Luigi, uno dei giovani archeologi che, dopo l'università, ha cominciato a lavorare nei cantieri di Milano. «Per 1200 euro al mese, otto ore al giorno sotto la canicola estiva o nel freddo invernale: mi sento un manovale specializzato. Ma ho il privilegio di trovarmi in un mondo prodotto dal passato che descrive anche qualcosa di me». Mentre impazzano le polemiche sui cantieri della città, con le ditte che premono per accelerare i tempi e i cittadini che lamentano rumori e intralci alla viabilità loro, gli archeologi di Milano, scavano instancabili. «Ci difendiamo facendo il nostro lavoro, pronti ad affrontare una dura battaglia di nervi», racconta Dominic Salsarola, responsabile della Società Lombarda di Archeologia. La giornata comincia alle 8.00. «La puntualità è fondamentale - sottolinea Luigi -. L'archeologo lotta tutti i giorni per sopravvivere. Non può sforare». Si arriva sul cantiere con un po' d'anticipo per cambiarsi nelle baracche e indossare abbigliamento da lavoro. «Tra noi c'è un po' di promiscuità. Uomini e donne spesso si spogliano nella stessa baracca, ma nessuno si formalizza - dice Stefano, impegnato nel cantiere di Sant'Ambrogio -. Quello dell'archeologo è un lavoro di squadra. Sudiamo insieme, ci affatichiamo insieme: questo ci unisce». Armato di pala, piccone, matita, casco, guanti, scarponi antinfortunistici e smalto per le unghie, l'archeologo è pronto a scendere nello scavo. I ragazzi formano gruppi di due e si spargono in un'area divisa in reticolati segnalati da picchetti incappucciati in giallo fosforescente. Lo strumento fondamentale è il trowel, altrimenti noto come 'cazzuola': «È un utensile che serve a separare uno strato di terra dall'altro, per definirne i limiti», spiega Stefano. «Scaviamo per ricostruire ambienti di vita in un determinato periodo storico, e non per tirar fuori cocci - ribadisce Luigi -. Il pezzo di ceramica è utile anche per datare la terra e ricostruire l'economia del periodo». Quando viene trovato un reperto, lo si spazzola, lo si lava; in un punto si applica un po' di smalto per unghie e, sopra lo smalto, lo si sigla con un codice. Salsarola sottolinea: «I bronzi vanno direttamente in laboratorio per essere restaurati col bisturi, mentre le ossa vengono pulite a secco in attesa di essere studiate dall'antropologo fisico. Il tutto viene immagazzinato alla Soprintendenza». Luigi, sporco di terra, gocciolante di sudore, sospira: «Ciò che trovo non verrà pubblicato a mio nome - ma aggiunge - forse è meglio così, altrimenti tra di noi nello scavo si rischierebbe di trasformare tutto in una frenetica caccia al tesoro». «Il primo scheletro è un'emozione - racconta Leonardo De Vanna, capocantiere -molti ragazzi ne rimangono impressionati. Ma poi ci si fa l'abitudine». Cantiere di Sant'Ambrogio: «Questi scheletri - spiega De Vanna - ci dicono che in età paleocristianale salme venivano inumate. La progressiva rarefazione degli elementi di corredo in molte sepolture riflette il passaggio dalla cultura pagana a quella cristiana». Ora sappiamo che là, dove andremo a parcheggiare le nostre auto, in età paleocristiana si andava per pregare e ricordare i propri cari.Il faticoso lavoro dell'archeologo non è appannaggio solo di uomini forzuti. Negli scavi di Piazza XXV Aprile e in quelli di Piazza Meda ci sono molte ragazze. Trascinano carriole e picconano la terra. «È un lavoro pesante, ma sto al passo con i colleghi -afferma Selene -. La sera quando torno a casa guardo contenta la mia mano piena di calli. È il segno del mio lavoro. L'unico inconveniente è l'abbronzatura a strisce».