«Se va continuando siempre a descubrir fabricas» scriveva l'11 maggio 1748 Rocco Alcubierre, capitano del genio di Carlo di Borbone e sovrintendente del re sugli scavi di antichità - come venivano indicati allora le ricerche archeologiche - tra Ercolano e Pompei. Tutti i reperti che emergevano da quelle «fabricas», poi, erano ospitati nel Museo Ercolanense che re Carlo s'era fatto allestire nella reggia di Portici. Da lì, tra il 1805 e il 1822, partirono decine di affreschi, marmi, bronzi, diretti al nuovo Real Museo di Napoli, ex Palazzo degli Studi, oggi Museo archeologico nazionale. Torneranno, quei reperti, nella Reggia di Portici, restaurata per l'occasione con circa tre milioni di euro, per un nuovo museo. Tutto virtuale, questa volta, perché non avrebbe senso spostarli da Napoli. «Con solo poche eccezioni - spiega Enrico Guglielmo, soprintendente per i Beni Artistici, storici e architettonici di Napoli che del contenitore ha approntato il progetto - come nel caso della cosiddetta "Flora", un marmo rimasto sempre a Portici salvo una uscita per restauri a Napoli». Accanto al reperto troveranno posto una copia del «Cavallo Mazzocchi», opera in bronzo approntata dallo scultore fondendo statue bronzee dissotterrate a Ercolano, e un calco del monumento equestre di Nonio Balbo che verrà sistemato nell'ingresso, proprio dove era stata messo quando venne trovata nel 1739. I due ultimi calchi saranno realizzati dagli specialisti dall'Accademia delle Belle Arti di Napoli. Le sezioni del museo saranno strutturate in maniera che il visitatore possa rendersi conto delle attività che si sviluppavano nel vecchio Museo Ercolanense, come lo stacco degli affreschi (se ne proporranno le tecniche) o lo svolgimento dei papiri con il metodo di padre Piaggio. Una sala verrà quindi dedicata all'Accademia Ercolanese e si esporranno gli oggetti riprodotti nei diversi volumi che l'istituzione pubblicò. Tuttavia, la Reggia non accoglierà solo il museo virtuale. Le sue sale al primo piano saranno occupate da sezioni museali realizzate sfruttando le rarissime collezioni della Facoltà di Agraria, attiva nel Palazzo Reale sin dal 1872. Ovvero, cinque nuovi mini musei: Entomologico, Mineralogico, Anatomo-zootecnico, Botanico e Meccanico di eccellente valenza storico-culturale. Basti solo pensare che la sezione Botanica di Orazio Comes, negli erbari, conserva parti delle collezioni di Ferrante Imparato e Domenico Cirillo per comprendere quanta importanza abbiano quelle testimonianze. C'è poi la collezione, unica, di Filippo Silvestri, entomologo, con le migliaia di specie d'insetti raccolti in tutto il mondo. «Insomma - sottolinea il preside della facoltà d'Agraria della Federico II, Alessandro Santini - la nostra facoltà è forse la più antica d'Italia ma al di là di tutto va detto che i professori che vi hanno insegnato, Nitti, Sereni, Rossi- Doria, hanno fatto la storia dell'agricoltura del Sud Italia e oltre. A Cuba ricordano ancora Silvestri per la lotta biologica agli insetti che impostò in quell'isola». Ancora, la raccolta petrografica del Museo mineralogico di Antonio Parascandolo, con i minerali vesuviani e i fossili, tra gli altri; il museo Anatomo-zootecnico Tito Manlio Bettini, che conserva scheletri completi di mammiferi; e, infine, il museo di Meccanica agraria «Carlo Santini», che custodisce macchine ed esemplari che hanno fatto la storia dello sviluppo dell'agricoltura nel '900. «I materiali sono tutti pronti - riprende il preside - adesso ci servono soltanto le sale e uno sponsor che si accolli le spese per l'allestimento definitivo».