A Roma forse più che in altre città italiane più ricche di memorie medievali il medioevo è di casa. Ospitato magari in una splendida cornice barocca. Perché è a Roma che ha la sua sede in piazza dell'Orologio, nel palazzo Borromini che fa parte del complesso borrominiano, appunto della "Chiesa Nuova" dell'Ordine dei Filippini, l'Istituto storico italiano per il medio evo. La storia di quell'edificio, e di quell'istituzione, varrebbe sul serio la pena d'esser narrata. Anche perché adesso il primo è di nuovo fruibile appieno, dopo i restauri avviati una decina d'anni fa e conclusi nel 2001. E il secondo rappresenta un patrimonio per il nostro Paese: un patrimonio adesso in pericolo, o almeno in una fase critica della sua esistenza. L'Istituto storico italiano per il medio evo, un 'istituzione pubblica che opera per il coordinamento degli studi medievistici del nostro Paese e la pubblicazione delle fonti stanche al medioevo relative, ha sede in palazzo Borromini dal 1923. Fino ad allora, la sede dell'Istituto era situata in alcuni locali di Palazzo Chigi: ma nel 1923 il primo governo Mussolini scoprì di aver bisogno di quegli ambienti. La vita degli istituti di cultura, nel nostro Paese, non è mai stata semplice. In mezzo a remore, difficoltà e ritardi d'ogni genere la Giunta centrale degli studi storici, insieme con il Governatorato di Roma (così allora si chiamava il Comune) riuscì a insediare l'Istituto e la sua prestigiosa biblioteca nella sede borrominiana: ma trattative e lavori andarono così per le lunghe da concludersi sul serio solo nel 1935. In seguito, solo nel 1961 il Comune di Roma si decise a concedere nell 'edifìcio un po' di spazio in più: e sembra che oggi voglia riprenderselo. La situazione è ancor più aggravata dal fatto che, dall'Istituto di palazzo Borromini dipende una piccola ma prestigiosa Scuola nazionale dì studi medioevali, compito della quale è la preparazione di edizioni scientificamente corrette dei testi medievali. La Scuola funzionava, fino a oggi, per pubblico concorso i vincitori del quale avevano diritto a un alunnato di tre anni. Per accedervi, si doveva essere docenti di ruolo nelle scuole secondarie: i vincitori lavoravano un triennio presso la Scuola nazionale, ricevendo sotto forma di "comando" il loro ordinario stipendio. Ora però la legge finanziaria del 1998, resa ancor più dura e meno flessibile da un decreto legislativo del 2001, obbliga gli istituti che fino a oggi si sono avvalsi per il loro lavoro scientifico di personale "comandato" a farsi carico diretto, da ora in avanti, dei relativi oneri economici. In parole povere, se vuoi mantenere aperta la Scuola nazionale, l'Istituto storico italiano per il medio evo dovrà pagare gli stipendi agli alunni. Ora, le dotazioni ministeriali dell'Istituto sono appena sufficienti a coprire le spese di gestione ordinaria: tanto è vero che esso ha difficoltà anche a continuare la pubblicazione sia del suo "Bollettino", sia delle collezioni di pubblicazioni scientifiche molto note e apprezzate anche all'estero che fino a oggi sono state il suo fiore all'occhiello. Alludo, soprattutto, alla collezione dei "Nuovi Studi Storici".