Il graffitismo è a una svolta a Trieste: se negli anni degli esordi, dalla fine dei Sessanta in poi, il fenomeno, nato negli Usa e in particolare nelle metropolitane newyorkesi con valenza sociale, di affermazione e di disagio giovanile, era caratterizzato dall' illegalità, nella nostra città molti writers hanno chiesto fin dal 2005 degli spazi legali per potersi esprimere liberamente. E, valutata l'ottima qualità degli artisti, le istituzioni - assessorato all' Educazione, Università e Ricerca e assessorato alla Cultura del Comune con l'entusiastica partecipazione della direzione dei Civici musei di storia e arte, dei Poli di aggregazione giovanile e del Ricreatorio Toti, hanno risposto positivamente. Ed ecco l'intervento attuato al Magazzino Vini e quello che sarà completato entro l'autunno al Palachiarbola, che hanno avuto un'interessante premessa nello spazio all'aperto messo disposizione due anni fa dal Toti in occasione della prima mostra annuale del ciclo intitolato «Artefatto». Curiosamente e in linea con la cultura locale legata all'ordine e al rispetto, è nato così a Trieste un nuovo fenomeno, piuttosto inedito: la «Legai Art», che, partendo da una loro esigenza, consente ai writers di esprimersi liberamente ma legalmente, agganciandosi con proprietà al «nuovo corso» del graffitismo, fenomeno espressivo per nulla decaduto, anche se, in un'epoca che potrebbe meglio definirsi sul piano stilistico di post graffitismo, ha perso il significato di protesta, ma suscita ancora molto interesse. Tant'è che è recente l'uscita della biografia di Keith Haring, punta di diamante americana del graffitismo internazionale degli anni duri, curata da John Gruen per le edizioni Baldini Castoldi Dalai, e l'intervento di Arturo Carlo Quintavalle sul «Corriere della Sera» che appoggia i nuovi graffitari e ne collega le opere ad altri fenomeni di espressioni artistiche urbane di epoca romana, medievale e rinascimentale. Che possono trovare riferimento - aggiungiamo noi - anche nelle intense coloriture dei palazzi e dei templi dell'antica Grecia. «Creare - conclude Quinta-valle - un dialogo diverso fra giovani e città dovrà utilizzare mezzi diversi, uno potrebbe essere fissare spazi esterni dove invitare i giovani, aiutandoli tecnicamente, a proporre la loro ricerca». E Trieste è già in linea con questo progetto. Anche Gillo Dorfles, pittore e critico geniale - insignito dal ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, della medaglia d'oro quale benemerito della cultura e dell'arte, e che, a conclusione della rassegna antologica delle proprie opere allestita al Museo Revoltella, ha donato a quest'ultimo un quadro -interpellato al proposito, guarda positivamente al fenomeno triestino. «L'iniziativa dei graffiti sulle pannellature dell'ex magazzino vini - afferma Dorfles - mi pare senz'altro positiva, perché ogni fatto che dia una libertà d'azione al prossimo, credo sia senz'altro una cosa giusta. Tanto più, utilizzare una parete vuota in attesa di costruzione non danneggia nessuno e oltretutto ravviva - diciamo così - il paesaggio». Vi sono però dei distinguo da fare... «Naturalmente il pericolo è sempre quello di credere che ogni esercizio e ogni fregio sia un'opera d'arte colossale, bisogna fare attenzione a non prendere per grande arte ogni sberleffo. Bisogna anche fare una distinzione tra quello che erano i primi graffiti-sti newyorkesi e i primi graffiti fatti sulla metropolitana di New York, che costituivano veramente una novità stilistica - penso a A One e a Ramm-ell-zee, i più famosi, e poi anche a quelli della seconda ondata come Keith Haring oppure Jean Michel Ba-squiat. Questi sono stati i primi a inventare un nuovo genere e in un certo senso hanno avuto una vera e propria novità inventiva autonoma». Accanto a tali espressioni ci sono stati però anche degli exploit meno interessanti. Come li interpreta? «Tutto quello che è venuto dopo, gli orribili sgorbi fatti su tutti muri delle nostre città, quelle son cose che non vanno assolutamente esaltate e considerate come grande opera d'arte solo perché son fatti da dei ragazzi che si divertono a imbrattare i muri. Quindi le due cose vanno distinte» Nel caso di Trieste? «Nel caso di Trieste mi pare effettivamente che ci siano degli spunti abbastanza interessanti, che si distanziano un po' da quello che è il solito stile del graffitista abituale. Ma anche qui non vorrei che poi venissero additati come artisti di prim'ordine: Keith Haring è famosissimo, anche lui è diventato un vero e proprio professionista, quindi molti s'illudono di diventare dei professionisti solo perché hanno un po' d'iniziativa. Poi di Basquiat non parliamone, Basquiat è diventato un artista addirittura disputato dai mercanti. I giovani non credano però di essere dei Picasso solo perché hanno fatto di figurazioni comiche sui muri. Quanto all'autorizzazione di fare questi tentativi, mi pare che la cosa sia molto positiva, per quanto non penso che possa essere molto replicata, perché in fondo quello che vogliono questi giovani è di andare contro la legge, non di seguire la legge. Tolto il fascino del divieto, passerà immediatamente la voglia di fare dei graffiti. Comunque l'autorizzazione del Comune, che rende gli spazi disponibili, mi pare una cosa positiva. Però a Milano era stato fatto un tentativo analogo, cioè di dare dei grandi teloni a piazza Lore-to, per evitare che i writers continuassero a sporcare i muri e invece i teloni sono rimasti vuoti. Comunque i graffiti che ho visto, realizzati dai giovani triestini, mi son parsi come livello medio senz'altro piuttosto positivi. Quindi può darsi che questi ragazzi abbiano veramente qualcosa da dire». Lei stesso ha ispirato i giovani con le sue opere pittoriche... «Una decina d'anni fa dei bambini furono portati dalla scuola a visitare una mia esposizione al Centro Saint Benin di Aosta. Ritornati in classe, la maestra li invitò a fare dei disegni ispirati alla mostra e loro li realizzarono a colori, molto simili ai miei, forse più belli, ma anche molto originali. Ad Aosta fecero, poi, un libretto scolastico con la riproduzione di questi disegni: la mia pittura aveva suscitato qualcosa, non aveva lasciato freddi i bambini, è importante metterli a contatto con tutte le arti contemporanee».