Racconta un antico aneddoto che quando i galeoni spagnoli si affacciarono per la prima volta al largo della costa delle isole centroamericane, gli indios non siano stati in grado di vederli: si trattava di oggetti che andavano talmente al di là della loro esperienza e della loro possibilità di comprensione da renderli a tutti gli effetti invisibili. Soltanto dopo un prolungato (e traumatico) contatto con la nuova cultura i galeoni diventarono finalmente visibili e poterono essere integrati negli scherni di comportamento, nel linguaggio e nell'esperienza quotidiana. Per molti residenti di città italiane piccole e grandi che possono definirsi a tutti gli effetti città d'arte e di cultura, il patrimonio culturale locale sembra a volte godere di caratteristiche di invisibilità paragonabili a quelle dei galeoni del nostro aneddoto. I musei, le chiese, i palazzi storici semplicemente non esistono o al massimo costituiscono l'oggetto di una rapida indicazione da fornire all'amico o al parente in visita occasionale. Per il resto, la vita è "altrove". È da questa condizione di invisibilità, e quindi di non integrazione della realtà culturale negli schemi comportamentali quotidiani, che nascono in gran parte le difficoltà di attivare nel contesto italiano meccanismi virtuosi di sviluppo culturale. La comunità locale non conosce bene il proprio patrimonio culturale, non ne usufruisce e non lo ritiene una risorsa strategica su cui investire nel momento in cui si definisce l'agenda delle priorità delle politiche di sviluppo. Di conseguenza, gli investimenti nella cultura vengono generalmente considerati dalle amministrazioni locali come investimenti a fondo perduto o al massimo come investimenti "di facciata" che al più possono produrre qualche limitato beneficio di immagine e qualche modesto impatto turistico. Per costruire un futuro diverso bisogna allora in primo luogo costruire le condizioni per una domanda culturale locale più viva e motivata. È in questo spirito che l'Osservatorio Impresa e Cultura ha condotto, su commissione di Museum Image e con il contributo della Regione Toscana, una ricerca sulla popolazione giovanile, compresa tra i 14 e i 28 anni, di sei città d'arte italiane (Reggio Emilia, Verona, Firenze, Siena, Lecce, Matera), per capire meglio qual è il rapporto tra i modelli di uso del tempo libero e l'accesso alle opportunità culturali, con una particolare attenzione per i musei. I risultati emersi forniscono indicazioni interessanti: i tassi di partecipazione alle attività culturali sono piuttosto alti nelle due città toscane (soprattutto a Siena) mentre mostrano valori più ridotti nelle altre città del nord e del sud. Gli intervistati (che, va ricordato, sono in gran parte studenti di scuola superiore o universitari) mostrano in genere un discreto interesse nei confronti della cultura ma rivelano anche una scarsa capacità di organizzazione e di sistematizzazione di queste esperienze in precisi schemi comportamentali (una parte relativamente elevata del campione non sa ad esempio indicare con chiarezza le attività più apprezzate dell'ultimo anno). I consumi culturali preferiti si focalizzano in gran parte sui mass market della musica di largo consumo e sul cinema. Quando i musei sono frequentati sono poco "vissuti": al contrario di quanto comincia ad accadere in altre nazioni europee, i musei vengono raramente scelti come luoghi di incontro o di relazionalità e hanno scarso peso in termini di orientamento alle professioni culturali. I luoghi della relazione sono decisamente altri: i locali pubblici, le case private, la discoteca. C'è dunque ancora molto lavoro da fare e, probabilmente, una parte di questa "invisibilità" è da imputare ai musei stessi, che fanno fatica ad adeguare le loro politiche al rapido mutamento delle modalità individuali e sociali di uso del tempo libero. Gli intervistati forniscono anche suggerimenti precisi per migliorare la situazione: tariffe di ingresso agevolate (ad esempio riservate ai residenti), orari di apertura serali (la fascia oraria preferita per le esperienze culturali e la vita sociale), una informazione più capillare sulle attività, magari recapitata a casa. Si eviterà così forse il paradosso - documentato da Antonio Lampis della Ripartizione Cultura Italiana della Provincia di Bolzano (una delle realtà nazionali più avanzate nel campo della costruzione di un nuovo pubblico per la cultura) - per cui i giovani residenti a Bolzano dichiarano entusiasticamente che, se nella città ci fosse un museo d'arte contemporanea, lo frequenterebbero volentieri. Peccato che a Bolzano questo museo esista da decenni... C'è speranza che il museo cessi di essere invisibile? Occorre avere il coraggio di investire tempo e risorse perché ciò accada: nella società sempre più globalizzata e orientata alla conoscenza in cui viviamo, un Paese che non sa risvegliare nei propri giovani la consapevolezza del valore formativo e motivazionale della cultura è destinato ad una triste decadenza. Pier Luigi Sacco è Direttore scientifico Osservatorio Impresa e Cultura