Ora che (come era prevedibile) si è finalmente capito che la mostra ideata da Vittorio Sgarbi ed Eugenio Viola su arte e omosessualità ("Vade retro" o come altro si voglia chiamarla) non si farà a Napoli e forse neanche a Milano, vale la pena di riflettere un poco su questo "molto rumore per nulla" così tipico della nostra società mediatica. Liquidiamo velocemente la mostra, necessariamente confusa come tutte le mostre tematiche. Il tentativo di darle una parvenza storica («il periodo che va dalla nascita della fotografia fino a oggi, idealmente da Von Gloeden a Pierre et Gilles») viene subito tradito dallelenco degli artisti e delle opere. Ho una sorta di idiosincrasia per le mostre a tema, con il loro solito elenco di artisti buoni per tutte le stagioni, che si può allargare o restringere a seconda del gusto, della disponibilità, della voglia di promuovere una galleria, un collezionista il pittore Tizio o Caio. Daltronde il rapporto tra la biografia dellartista e linterpretazione del suo lavoro sfiorerebbe il gossip senza per questo definire quali sono i canoni di uno "specifico omosessuale" nellarte. Ancora una volta la parziale definizione di arte come linguaggio simbolico data da Cassirer e che ha dominato gli studi artistici del nostro secolo ci fa pagare il suo alto prezzo, facendo in modo che la nostra attenzione si rivolga tutta ai significati, trascurando larte come sistema di relazioni formali. Veniamo all"evento". Allingenuità del nostro sindaco («Voglio visionare il catalogo e valutare se si tratta di opere darte o meno»), che va comunque lodato per la sua presa di posizione verso veti, censure e roghi milanesi cari allex ministro dellIstruzione, fa da contraltare la furbizia degli organizzatori che su questo "molto rumore per nulla" hanno costruito il successo di uniniziativa altrimenti trascurabile. Come si gestisce una buona campagna pubblicitaria giornalistico-televisiva? Bisogna considerare che già nella metà degli anni Cinquanta si cominciò a parlare negli Usa di "news management", ovvero della gestione manipolata di notizie inconsistenti. Un tipico esempio di questo metodo (riportato da Rossella Savarese nel suo libro Guerre intelligenti, Franco Angeli, Milano,1992) fu quello di far venire, presso lospedale in cui era ricoverato Eisenhower per trombosi coronaria, i membri del suo gabinetto, come se il presidente potesse ancora svolgere le sue funzioni. Per dovere di cronaca la stampa dovette occuparsi dellevento (anzi dello «pseudo-evento», come teorizzò lo storico Daniel Boorstin). Il "news management", quindi, è la produzione di un evento-spettacolo capace di far notizia a prescindere dalla realtà degli avvenimenti. Marc Augé, lantropologo francese divenuto famoso grazie alla sua definizione di «nonluogo», ha analizzato questo aspetto della contaminazione tra informazione e spettacolo, chiamandola «finzionalizzazione» (La guerra dei sogni, esercizi di etno-fiction, Eleutera, 1998), mettendoci in guardia sul fatto che la sua logica è quella di produrre un io altrettanto «finzionale», incapace di inscrivere la sua realtà e la sua identità in una relazione effettiva con gli altri, in un gioco di specchi che è lessenza del "totalitarismo liberale". Augé riprende la definizione che Sartre diede del sogno, definito come finzione, «esperienza che può aiutarci a concepire cosa sarebbe una coscienza che avesse perso la categoria del reale». Questa riflessione sui nostri principi del pensare e dellagire ci fa capire che lattività critica è strettamente connessa a unavversione contro la cultura dell"evento", il pensiero immaginifico, le metafore esasperate. Leggere un avvenimento attraverso i media è come inoltrarsi in un labirinto, dove il soggetto è importante quanto il contesto, e alla fine non rimane niente.