Scoprì Rauschenberg, Lichtenstein, Jasper Johns. Fece di Soho la fucina della Pop Art. Italiano, ebreo, cosmopolita: Leo Castelli Scena prima: Trieste. Un ragazzo che parla 5 lingue. D'estate si diverte al mare con amici come Bobi Bazlen, Gillo Dorfles e Leonor Fini, d'inverno scia sulle Dolomiti. Quando è in città fruga tra gli scaffali di una piccola libreria tenuta da un "uomo molto colto", come lo racconta lui: Umberto Saba. Non lontano da casa sua uno scrittore, che si mantiene dando lezioni di inglese a un tipo che si chiama Aron Hector Schmitz - ma i che il mondo conoscerà come Italo Svevo - scolpisce personaggi e tempi di un romanzo che cambierà la letteratura del Novecento: l'"Ulisse". Il ragazzo si chiama Leo, vie ne da un'agiata famiglia di ebrei mitteleuropei. Il padre, d'origine ungherese, di c gnome fa Krauss, la madre si chiama Bianca Castelli. Quando, dopo la prima guerra mondiale, Trieste viene ceduta all'Italia, la famiglia prende il cognome materno. E Leo diventa Leo Castelli. Scena seconda: quartieri bassi di Manhattan. In un locale fumoso, la Cedar Tavern, un gruppo di scalmanati, che scaraventa le tele per terra per farci sgocciolare i colori o le maltratta con gesti indisciplinati che qualcuno di lì a poco battezzerà Action Painting e Espressionismo Astratto, passa notti ad alto tasso alcolico discutendo su come non deve essere la pittura. Si chiamano Jackson (Pollock), Franz (Kline), Arshile (Gorky), Willem (De Kooning). Tutti destinati a diventare tra i più grandi artisti del secolo. Tutti destinati, a parte l'ultimo, a morire giovani e maledetti. Difficile pensare a qualcosa di più lontano. Da un lato c'è un « uomo troppo elegante», come lo ricorda oggi Gillo Dorfles, che non esce mai di casa senza un abito di sartoria, che da piccolo leggeva Freud, Proust, Hofmannsthal, distillando il meglio della cultura europea in un perso-nalissimo bagaglio culturale che gli tornerà utile quando stringerà accordi che cambieranno il mondo dell'arte. Come nel 1964 quando, alla Biennale di Venezia, un artista americano della sua scuderia, Robert Rauschenberg, si aggiudica il Leone d'oro. Dall'altro, un manipolo di yankee sfrontati e talentuosi, dove c'è chi osa staccare dal muro un poster di Duchamp intimandogli: «Sai dove mettertelo» (Pollock). Pure, questi due mondi un giorno si incontrano. Leo, rifugiatosi a New York con l'affascinante moglie Ileana Schapira, figlia di un miliardario romeno, entra nella Cedar Tavern e stringe rapporti di amicizia con quella banda di energumeni di successo. Chi meglio di lui, che già a Parigi aveva tirato su dal nulla una galleria alla cui inaugurazione erano arrivati Max Ernst, Dalì, la bella Lolo (Leonor Fini), Oppenheim, e che a New York si era messo in luce lavorando con Sidney Janis, uno dei galleristi più potenti di Manhattan, con amicizie che spaziano dal guru del Surrealismo Julien Levy al giovane geniale John Cage, chi meglio di lui può aprire una nuova galleria dove esporre i suoi nuovi amici? Ma Leo, e non è una battuta, fa orecchie da mercante. L'amicizia è un conto, l'arte un'altra cosa. Quell'arte per cui New York impazzisce per lui è già vecchia. Se deve fare l'ingresso nell'arena lo farà nel suo stile. Da patrizio europeo, come qualcuno già lo chiama. Ci vuole "un'estetica nuova", che lo sconvolga. E la pazienza è premiata. Un giorno Leo conosce un artista texano su cui nessuno scommette, che Josef Albers, suo maestro al Black Mountain College, definisce testone. Ma a Leo l'audacia di Bob Rauschenberg, che aveva osato chiedere a De Kooning di dargli un suo disegno e glielo aveva poi restituito cancellato, piace. Un pomeriggio va nel suo studio sulla Decima Avenue, fa caldo, Leo chiede da bere ma Bob non ha il ghiaccio per lo scotch. «Chiamo il mio amico Jasper che sta di sotto e gli dico di portarlo su», fa Bob. Jasper sale, porta il ghiaccio, comincia a chiacchierare con Leo, che decide di scendere per vedere che combina quest'altro tipo, sedicente artista anche lui. E resta folgorato. «Era come se avessi trovato un tesoro», dirà anni dopo. Jasper Johns è il primo artista della Leo Castelli Gallery, aperta nel '57 in due stanze della casa di Leo e Ileana sulla 77ma. L'anno dopo è la volta di Rauschenberg. Nel '71 la galleria si trasferisce al 420 West Broadway, indirizzo mitico di Sono, allora zona ex operaia che Castelli contribuisce a trasformare in un salotto di Manhattan. Quel giorno nasce la Pop Art. La storia del «più grande mercante d'arte del mondo», come lo ha definito Calvin Tompkins dalle colonne del "New Yor-ker", ma anche di «un santo che fa qualunque sacrificio per gli artisti in cui crede» (Rauschenberg), è ripercorsa con finezza, dovizia di particolari e passione in una biografia scritta dal critico d'arte Alan Jones per l'editore Castelvecchi, per ora l'unica iniziativa che celebri il centenario della nascita di Castelli. Dentro c'è una storia lunga quasi un secolo, che comincia nel 1907 a Trieste e finisce nel 1999 a New York, attraversata da due guerre, la più tragica persecuzione razziale che l'umanità abbia mai conosciuto, costellata di successi raccolti in maniera quasi indolente a cinquant'anni suonati, fatta di viaggi per il mondo: a partire da Milano dove Leo per compiacere il padre prende una laurea in legge, poi Vienna dove i Krauss si rifugiano durante la Grande Guerra, Parigi, Marrakesh, Tangeri, l'Algeria, la Spagna, Cuba dove scappa con Ileana in attesa che il potente suocero gli procuri un visto per gli Usa, e poi New York dove arriva mischiandosi subito a Duchamp e Mondrian, Bucarest, dove aveva conosciuto Ileana quando il padre ce l'aveva spedito perché a Trieste non combinava granché e dove torna come agente speciale dell'esercito americano svagandosi in realtà tra alberghi di lusso. Una vita sazia e vorace alla Grande Gatsby, costellata da tre matrimoni, l'ultimo a 88 anni, liaison a non finire, perché Leo è stato anche uno sciupa-femmine di classe. A leggere la biografia di Castelvecchi, si ha la sensazione di tuffarsi in un romanzo d'altri tempi e si impara molto del sistema dell'arte, perché Leo Castelli ha creato artisti, correnti e strategie per promuoverli. E stato il primo a capire l'importanza dei collezionisti, sapendo che doveva titillarli con mercé sempre nuova; a non blindarsi nei successi intuendo che, per imporsi, un movimento artistico deve avere capacità mediatica. Per questo ha stretto collaborazioni con gallerie a est, in Europa, e a ovest, da Los Angeles in su, facendo viaggiare le opere dei suoi artisti che sono diventate popolari in rutto il mondo. Comprandole a cinquecento, mille dollari, senza preoccuparsi se qualcun altro, anni dopo, le avrebbe rivendute a qualche milione di dollari. Ha continuato a scoprire talenti, veleggiando anche nella calma piatta degli anni Settanta quando la crisi del dollaro da un lato e il rigore iconoclasta del Minimalismo dall'altro, stavano mandando all'aria il mercato dell'arte. Si è rimboccato le maniche sforzandosi di capire artisti scontrosi come Frank Stella, Bob Morris, Richard Serra. Fino a scendere nei bassifondi del Lower East End per scovare nuovi talenti, digerendo anche la pittura, quando questa trionfa alla fine degli anni Ottanta. Ambrosie Vollard, il patron dell'Impressionismo, Daniel-Henry Kahnweiler, l'inventore del Cubismo, di movimenti ne hanno inventato uno. Lui, dopo la Pop Art, crea con la grazia di un grande artista New Dada, Minimalismo, perfino l'Arte Concettuale. Fallendo poche volte, con Andy Warhol che smania per entrare nella sua scuderia, ma che lui giudica troppo simile a Roy Lichtenstein (terza delle sue grandi scoperte), fino a che Warhol si arrende, apre la sua Factory e Leo si mangia le mani. Ingoiando qualche dispiacere, come quando Julian Schnabel, per il quale si prende una gran cotta, gli volta le spalle per arruolarsi dal gallerista rivale, l'odiato Arnie Glimcher. «Ritengo sia morto quasi povero, nonostante sia stato l'ultimo grande mercante del Novecento», chiosa Giancarlo Politi, direttore di "Flashart". «Con l'esplosione del mercato e l'avvento dell'arte come investimento e speculazione sono entrati in campo altre figure più decise e spregiudicate. Lui era più dedito ad apprezzare le donne belle e intelligenti che a cercare la ricchezza attraverso l'arte».