Sui lavori per la stazione della metropolitana a piazza Municipio è in corso un dibattito suscitato dallinchiesta di Stella Cervasio, pubblicata su Repubblica, circa la necessità di salvaguardare non solo i noti reperti archeologici emersi durante gli scavi, ma altresì le inedite e altrettanto importanti testimonianze di età angioina e aragonese, nonché i resti delle fortificazioni e dei baluardi più avanzati di Castelnuovo realizzati in età viceregnale. Al riguardo Italia Nostra intende esercitare il consueto ruolo di attenta vigilanza per la tutela e conservazione delle preesistenze monumentali e documentali in collaborazione con le competenti soprintendenze napoletane. Nel ricordato dibattito sono da considerare fondate le osservazioni avanzate da Aldo Loris Rossi, che ha sottolineato come il progetto dellarchitetto portoghese Alvaro Siza è stato redatto prima che avvenissero gli scavi archeologici tuttora in corso, e che pertanto esso va modificato in relazione alle predette emergenze architettoniche. Inoltre egli ha segnalato pertinentemente che il previsto sbarramento del traffico automobilistico da via Depretis comporterebbe limbottigliamento a piazza San Ferdinando del flusso di autoveicoli indirizzati per via Medina e via San Carlo. Pertanto sul progetto Siza chiediamo che si esprima anche la soprintendenza ai beni architettonici di Napoli, tanto più che essa ha già provveduto a far modificare il progetto della stazione di Montecalvario, che avrebbe comportato una alterazione ambientale della piazza. Larea impegnata dai lavori della metropolitana fa parte dellantico "quartiere angioino", costruito dopo lavvento degli Angioini nelle zone vicine al porto di Napoli e per ampia parte demolito dal piccone del Risanamento dopo il colera del 1884. Comprendeva le attuali piazza Municipio, via Diaz, piazza Bovio e piazza Nicola Amore. Il Risanamento ha costituito un micidiale sventramento - un intervento oggi urbanisticamente anacronistico - di cui tuttavia certi ambienti finanziari locali auspicherebbero la ripetizione nel centro storico con lulteriore perdita della memoria storica e della civiltà napoletana. Solo per rammentare le proporzioni di quella operazione, con il Risanamento furono demoliti anche palazzi di rilevante interesse architettonico, nonché 63 tra chiese e cappelle di cui alcune di età medievale. Figurarsi che nel 1873 la sezione di architettura dellassociazione "Scienziati Artisti e Letterati" giudicò Castel dellOvo «un rudere che non ha più ragione di essere in piedi»! Per fortuna il Comune non dette credito a tale ridicolo giudizio, che tuttavia riflette la rozzezza della "cultura" ottocentesca in materia di tutela dei beni culturali. Il senatore socialista Pasquale Villari fu lunico a denunciare che il Risanamento aveva il pretesto delle deplorevoli condizioni igienico-sanitarie del quartiere angioino, ma il vero obiettivo politico era lallontanamento degli abitanti meno abbienti (circa 90 mila persone) perché dovevano essere utilizzati suoli pregiati da rendere edificatori. Insomma, la bonifica igienico-sanitaria, che avrebbe dovuto essere gestita quale intervento di pubblica utilità da parte del Comune, divenne invece - senza che esso lo impedisse - attraverso laffidamento alla società Risanamento la prima colossale operazione di speculazione edilizia privata napoletana. Tornando ai lavori di scavo condotti dalla soprintendenza archeologica, questi hanno portato alla luce anche un cospicuo materiale ceramico di diverse epoche. Un tempo gli archeologi si disinteressavano dei reperti di ceramica medievale, rinascimentale e barocca: infatti si hanno scarse notizie di ceramiche recuperate in occasione del cosiddetto Risanamento. Invece, grazie alla consapevolezza critica dellarcheologa Daniela Giampaola, che ha diretto gli scavi con la collaborazione della medievista Vittoria Carsana, è stata conservata e inventariata la ceramica emersa; e disponiamo quindi di rari e significativi reperti ceramici, per lo più prodotti dalle fornaci napoletane di età angioina, che confermano i risultati delle ricerche condotte dallo scrivente, attestanti una produzione di maiolica a suo tempo definita partenoparaba per linfluenza dellarte islamica. La soprintendente archeologica di Napoli, Maria Luisa Nava, ha peraltro sottolineato che davanti al castello ci si è imbattuti in una grande discarica di stoviglie evidentemente utilizzate presso la corte che risiedeva nella reggia. Sono già stati esposti temporaneamente nei locali sotterranei della stazione della metropolitana di piazza Cavour, reperti ceramici (boccali mutili e frammenti di piastrelle di pavimentazione) recanti gli stemmi aragonesi, che comprovano lattribuzione alle fabbriche partenopee della pregevolissima produzione già pubblicata da chi scrive, produzione che peraltro avveniva anche in una fornace posta a pianterreno nellangolo orientale del castello, fornace di cui sollecito da anni il recupero. È auspicabile quindi che il Comune di Napoli recepisca lidea molto pertinente del soprintendente regionale De Caro di destinare Castelnuovo (Maschio Angioino) a Museo della Città, dedicato alla storia di Napoli preborbonica, in cui un importante comparto sarebbe riservato ai ricordati reperti ceramici rinvenuti negli scavi, e inoltre arricchito dalle significative testimonianze della straordinaria arte ceramica pavimentale napoletana dal XV al XIX secolo, oggi in vari depositi. Insomma lallestimento di quel "Museo della riggiola" vanamente auspicato dallopinione pubblica napoletana avvertita degli aspetti artistici più originali, ma scarsamente valorizzati della città. A Napoli, un tempo città maiolicata (cupole, campanili, chiostri, terrazze, pavimenti di chiese e palazzi) non cè il corrispondente del famoso Museu do azulejos di Lisbona. A tal proposito non posso non considerare assai opportuno lintervento su Repubblica del 24 luglio di Gregorio Rubino (Arti applicate, due musei da salvare), dove si segnala il disinteresse per le sorti del Museo civico Gaetano Filangieri (su cui però ho richiamato lattenzione giorni orsono sempre su Repubblica) e soprattutto del Museo artistico industriale annesso allIstituto darte F. Palizzi. Della importante raccolta di ceramica dal secolo XV al XX di tale museo è stato curato il nuovo inventario e la riclassificazione scientifica dei reperti da A. Carola Perrotti e dallo scrivente. Lautore è presidente della sezione napoletana di Italia Nostra