«Quando lavoro la materia, imprimo in essa l'impronta dei miei sentimenti, pensieri, sogni, difficoltà, aspirazioni e a volte, diciamolo pure, anche dei miei fallimenti», dichiarava Berto Landera, che nel 1952 espose alla Biennale di Venezia una sua scultura realizzata in lamina di ferro verniciata, una composizione astratta basata sul ritmico intersecarsi di piani ortogonali e sul rapporto plastico tra pieni e vuoti. L'opera, che Lardera aveva titolato «Occasion dramatique n.l», non riscosse grandi apprezzamenti, ma incantò Palma Bucarelli, la leggendaria direttrice dal 1941 al 1974 della Galleria nazionale d'Arte moderna. Bucarelli, che inaugurava in quegli anni una fervida stagione di collezionismo di Stato, acquistò l'opera di Lardera e si guadagnò la prima di una lunga serie di interpellanze parlamentari. Le contestazioni nascevano dal fatto che la direttrice non nascondeva la sua predilezione per le nuove correnti non figurative dell'arte italiana e, in un paese che cantava «Grazie dei Fior», canzone regina della prima edizione del Festival di Sanremo, era ritenuto abbastanza scandaloso pagare con il denaro pubblico un considerevole numero di opere astratte. Ora una buona parte di queste opere si possono vedere nella prima mostra pubblica dedicata specificamente alla scultura in Italia negli anni '50 e '60, con creazioni che escono dalle collezioni della Gnam e vengono presentate per tutta l'estate nei giardini di Villa d'Este. Curata da Mariastella Margozzi, che raccoglie nel catalogo, accanto ad ogni opera, una frase del suo autore, l'esposizione ospita tre generazioni di artisti che operarono in questi venti anni dando all'arte italiana una impronta assolutamente nuova e internazionale. Tra i maestri figurano Pietro Consagra, Umberto Mastroianni, Alberto Burri, Ettore Colla e Lucio Fontana. A questi si accoda quella che Margozzi definisce la «generazione di mezzo», con Aldo Calò, Lorenzo Guerrini e il già citato Berto Lardera, antesignano del distacco dalla figurazione ma anche dall'espressionismo astratto. E poi Edgardo Mannucci, Colombo Manuelli, Umberto Milani e Francesco Somaini, considerato il più informale degli scultori italiani. Ci sono le opere di Getulio Alviani ed Attilio Pierelli, che interagiscono con lo spettatore. Si conclude con la folta schiera dei protagonisti degli agli anni '60, da Andrea Cascella ad Arnaldo e Giò Pomodoro, fino a Mario Ceroli e Cesare Tacchi, che traducono in italiano l'esperienza della pop art americana. E a Pino Pascali, Gilberto Zorio ed Eliseo Mattiacci, che rappresentano il fenomeno dell'arte povera.