La sinistra ormai si occupa più dei giardini che delle persone, sentenziava Andre Gluck-smann solo pochi mesi or sono su Le Monde. Ma è il paesaggio che più di tutti sta occupando il centro delle preoccupazioni della sinistra italiana causando anche delle faide intestine. Da mesi Alberto Asor Rosa, sostenuto da Repubblica, conduce una battaglia culturale e politica nella rossa Toscana, dove ha la sua seconda casa, federando tutta una serie di piccole associazioni contrarie alle lottizzazioni concesse da molti piccoli comuni per fare cassa. Subito il ministro competente, Rutelli, ha risposto sul Corriere, «la tutela del paesaggio italiano per ora è una priorità nazionale» e ha accelerato l'attuazione del codice del paesaggio che obbliga ogni regione ad approvare un proprio piano paesaggistico perché non tutte l'hanno già. Più in sordina, il governatore Renato Soru ha fatto approvare il piano paesaggistico più restrittivo d'Italia, con enormi limitazioni a ogni tipo di edilizia, e con l'aiuto di paesaggisti e architetti internazionali. Fra questi Gilles Clément, il giardiniere-filosofo già noto ai lettori del Riformista per il suo clamoroso rifiuto di ogni incarico pubblico e privato in Francia perché contrario all'idea di «sviluppo duraturo» introdotto nella politica economica dal neopresidente Sarkozy - che ha congiunto i ministeri economici con quello dell'ambiente. Clément, peraltro, è autore di un pamphlet dedicato ai luoghi abbandonati dall'uomo, "il Manifesto del Terzo paesaggio", che ha fatto proseliti anche nel comune di Reggio Emilia dove sono state istituite alcune zone di terzo paesaggio (Tpz) all'interno del verde comunale da destinare all'evoluzione spontanea della vegetazione, evitando totalmente gli interventi manutentivi quali la raccolta delle foglie o lo sfalcio dell'erba. Che il paesaggio però sia parte integrante dello zeitgeist del momento lo aveva presentito, come sempre, l'arte. Da qualche anno Tullio Pericoli ha smesso di eseguire ritratti, vale a dire l'attività per cui è più noto, per dedicarsi interamente alla pittura di paesaggi a partire da quelli natii delle Marche, ma trasfigurandoli e astraendoli sempre di più perché li guarda attraverso gli occhi Paul Klee. Da Viaggio nel paesaggio (Nuages, 2004) a Parti senza un tutto. Paesaggi 2005-2006 (Lubrina, 2006) - senza dimenticare Terre (Rizzoli, 2000) - Pericoli continua ostinatamente una linea perlopiù solitaria nell'arte contemporanea, dove l'unico altro autore di paesaggi scarni e graffiati è forse il solo Anselm Kiefer, sottolineando la natura profondamente intima e concettuale che caratterizza il paesaggio. Anche per questo oggi discipline un tempo indipendenti, come l'arte, l'architettura e l'urbanistica, ravvisano la necessità di associare i loro nomi a tale concetto per poter operare e acquisire legittimità nel mondo contemporaneo, ridefinendosi a loro volta come landscape-art, landscape-architecture, landscape-urbanism. La Editorial Gustavo Gili di Barcellona da pochi anni ha inaugurato la collana "Land and Scape" in cui il paesaggio è indagato sotto tutti i punti di vista, artistico, letterario, urbanistico ecc. e due titoli sono recentemente stati tradotti in italiano, benché gli autori (entrambi architetti) siano italianissimi. Si tratta di Francesco Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica (Einaudi, 2006) e Luca Galofaro, Artscape. L'arte come approccio al paesaggio contemporaneo (Postmedia books, 2007). Ora, con il volume appena uscito sia in spagnolo sia in inglese, Landscape. 100 words to inhabit it, a cura di Daniela Colafranceschi (GG, 2007), la storica casa editrice catalana intende fare il punto sulla situazione del paesaggio contemporaneo attraverso una forma immediata: termini, definizioni, idee, microstorie e testi brevi in 100 voci. Gli autori sono internazionali, Clément, Lu-cien Kroll, Inaki Abalos, e molti italiani, Stefano Boeri, Piero Zanini, Franco Zagari e gli stessi Careri e Galofaro - peraltro Zagari ha anticipato tutti lo scorso anno curando Questo è paesaggio: 48 definizioni (Mancosu, 2006). Tutti però sono concordi nel dire che, come Magritte scriveva «questa non è una pipa» sotto la rappresentazione della pipa, analogamente il paesaggio non può essere identificato con la propria rappresentazione. Per tale ragione Roberto Zancan, un cervello fuggito in Canada, preferisce parlare di "landscape": nel suo Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape (Gangemi, 2005), spiega come grazie alle implicite qualità visive del termine esso sia molto più efficace nel rispondere al bisogno di spettacolarizzazione che l'epoca attuale tanto richiede. È rispetto a tale attitudine spettacolare che Zancan prende posizione, rivendicando una ragione critica e un valore originale per il design, essendo consapevole che il landscape, per il fatto di essere «risultato di sforzi combinati di natura e uomo e di essere anche cosa che si pensa, è uno dei luoghi nei quali si gioca, e spesso si costruisce, il profilo civile di un paese». Il tema però è diventato globale perché parlare di paesaggio oggi vuole dire riconoscere come oramai l'intera superficie della Terra direttamente o indirettamente sia il risultato di trasformazioni umane. Lo scioglimento accelerato dei ghiacciai e l'incipiente desertificazione di molte aree del globo sono in effetti altrettanti progetti umani involonta-ri di produzione di paesaggio a scala planetaria. E c'è chi come Cristiano Toraldo di Francia, in X-scapes (Alinea, 2006), ha provato a leggere queste trasformazioni operate dall'uomo sulla superficie del pianeta come se fosse un paesaggio unitario. Del che potrebbe anche importarci poco e niente, se proprio in tempi di Live Earth di un sapere autenticamente globale relativo al mondo e alla terra non vi fosse quasi un disperato bisogno - se non s'iniziasse ad avvertire la sua mancanza come la più grave tra le questioni politiche.