È possibile un Welfare per la cultura? O più esattamente si può costituire una sorta di rete culturale nel quale i soggetti no-profit possano esercitare un ruolo simile a quello che svolge il volontàriato nell'ambito del sociale? La domanda ha fatto da filo conduttore alla giornata di studio sul futuro delle fondazioni culturali, organizzata dall'Istituto Sturzo e dalla Fondazione Ugo La Malfa, con il patrocinio dell'Associazione Istituti culturali italiani (Alci) e del ministero dei Beni culturali e ambientali. Gli istituti e le fondazioni private che a diverso titolo si occupano di cultura in Italia sono oggi più di duecentomila. Un buon numero di queste fanno ricerca, formazione, divulgazione e custodiscono preziose biblioteche e archivi di grandissimo interesse storico, aperte al pubblico e agli studiosi gratuitamente. Tra queste, solo per fare degli esempi, le fondazioni che portano i nomi di Sturzo, Nenni, Gramsci, Gobetti, Einaudi, Basso, Agnelli, ecc., ecc. e spesso conservano carte e documenti originali dei protagonisti della storia del secolo scorso. Ma la nota dolente, in casi come questi, è proprio quella del sostentamento. «Dobbiamo - spiega ad esempio il professor Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito - far fronte a una serie di obblighi di legge, ma lo Stato complessivamente ci tratta come se fossimo istituzioni private tout court». Quello dei fondi per la cultura è un problema antico, dice ancora Parlato: «Ora tagliano tutto perché la situazione economica non è buona. Ma in periodo di vacche grasse, nessuno ha pensato allo sviluppo del settore. Bisogna capire che la posta in gioco non è solo la sopravvivenza di questo o quell'istituzione, ma è il pluralismo culturale del secolo scorso». Eppure sono migliaia gli studenti che affollano le biblioteche (che aderiscono tutte al Catalogo unico nazionale), centinaia gli studiosi che consultano gli archivi, decine le iniziative, le pubblicazioni, i convegni, le manifestazioni. Sull'altro piatto della bilancia, lo Stato mette pochi milioni di euro. Il confronto con un Paese come la Germania, dove le fondazioni hanno un ruolo essenziale e dei finanziamenti molto cospicui, è fortemente penalizzante per l'Italia. Purtroppo, dice Rupert Graf Strachwitz direttore dell'Istituto Maecenata di Berlino, nel nostro Paese, dopo l'Unità, è prevalsa «una concezione di tipo francese», tendente a identificare la sfera pubblica esclusivamente con lo Stato. Ma, mentre nel campo del sociale, come ha detto Arturo Iannaccone, dell'Agenzia per le Onlus, si sono fatti progressi enormi nel riconoscimento dei corpi intermedi, per la cultura siamo ancora in grande ritardo. Certo, come ha spiegato l'onorevole Gerardo Bianco, da pochi mesi alla guida dell'Alci, «è necessario che gli Istituti culturali, accanto alla attività scientifica che deve rimanere ai livelli di eccellenza, si aprano maggiormente all'esterno, coinvolgendo con iniziative anche a carattere divulgativo anche il pubblico non specialistico». Ma è anche vero che vanno «superati i mille ostacoli di natura finanziaria, burocratica, fiscale, ecc.». Tra questi, Bianco ha citato qualche chicca, come «l'Iva che bisogna pagare sulla ricerca o l'Irap (l'imposta perle attività produttive) per i collaboratori». Dal ministero dei Beni culturali, Franco Sicilia, direttore generale per i beni librari e gli istituti di cultura, conferma l'attenzione pubblica per le fondazioni, attestando «i rilevanti risultati nel campo della ricerca, della valorizzazione e della promozione della cultura, consolidando quel pluralismo che è uno degli elementi cardine del sistema della cultura del nostro Paese».
Fondazioni di cultura, molte idee e pochi euro
La giornata di studio sul futuro delle fondazioni culturali in Italia ha evidenziato la necessità di un sostegno finanziario per queste istituzioni. Gli istituti culturali e le fondazioni private che si occupano di cultura in Italia sono più di duecentomila, ma molti di loro hanno problemi di sostenibilità. Il ministero dei Beni culturali e ambientali ha confermato l'attenzione pubblica per le fondazioni, ma le loro attività sono spesso penalizzate dalla mancanza di finanziamenti. La Germania, con il suo sistema di fondazioni, è un esempio di come possa essere gestita la cultura in modo più efficace.
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