«PERCHE' ti ostini su artisti di provincia sconosciuti?», chiedeva Bernard Berenson a Federico Zeri. Che gli rispondeva: «Perché la ricchezza dell'arte italiana, dei secoli d'oro, non sta tanto nell'abbondanza di artisti quanto nella loro capillarità, pure nei paeselli più sperduti». Perciò non finiva mai di catalogare le sue 300.000 foto d'arte, nella biblioteca di 100.000 volumi. S'ispira al suo insegnamento il Premio Federico Zeri, in due sezioni alternate di anno in anno: per lo studio e per la tutela del patrimonio culturale italiano, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica. A cinque anni dalla morte (e mentre la Sovrintendenza ha posto il vincolo sull'intero complesso della casa di Mentana), si svolgerà domenica prossima in Campidoglio (Sala della Protomoteca, alle 11,30) la prima edizione del Premio, riservata alla tutela. Il vincitore (cui vanno 15.000 euro) sarà scelto tra coloro che si sono particolarmente distinti nella "difesa dei segni dell'identità italiana" (pubblici amministratori, dirigenti di enti, progettisti, scrittori, giornalisti, fotografi, autori di cinema e televisione, associazioni), con interventi a salvaguardia del patrimonio culturale nazionale. L'anno prossimo - per il premio riservato agli studi inediti di archeologia e storia dell'arte italiana - saranno selezionate le migliori tesi di dottorato di ricerca discusse nelle università dei Paesi dell'Unione europea. II lavoro del vincitore verrà pubblicato a cura di un grande editore italiano in una collana ad hoc e se ne discuterà in giornate di approfondimento. «Si realizza un'idea vagheggiata fin dalla scomparsa di Federico Zeri, per mantenere viva la sua memoria e quella storica del nostro Paese», ha spiegato il nipote, Eugenio Malgeri, alla conferenza stampa di presentazione (ieri mattina nell'Accademia nazionale di San Luca, di cui Zeri era socio), con gli storici dell'arte Mina Gregori e Bruno Toscano, che fanno parte della giuria internazionale. Sull'internazionalità del Premio si è soffermata Mina Gregori, ricordando come lo studio e l'impegno di Zeri avessero un'eco non solo in Italia: seguendo il filo conduttore del rapporto tra ricerca e tutela, che - come ha ricordato Bruno Toscano - impegnò Zeri anche nella sua qualità di vicepresidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. Studio e tutela dell'arte nel senso più ampio: binomio di civiltà, oltre che di arricchimento interiore. «Un quadro è ai miei occhi sorgente di conoscenza piuttosto che di piacere», confidava Zeri nell'autobiografia, intitolata Confesso che ho sbagliato.