Nei giorni scorsi il Presidente di Palazzo Ducale, Arnaldo Bagnasco, ha lanciato lidea di una grande mostra su Andrea Doria e sul ruolo europeo dei genovesi. Qualche giorno dopo Ezia Gavazza, pur concordando, sottolineava la necessità di progettazioni future in cui «accanto allarte antica si dia spazio a quella contemporanea». E importante che una studiosa sensibile e attenta come Ezia avverta che «una volta esaurito il catalogo (Cambiaso, Piola, De Ferrari, Grechetto, Baciccio, Fiasella per dire) si chiude bottega». A questo punto però, al di là di isolate proposte, sarebbe interessante conoscere le reali linee direttrici della futura politica culturale, museale, e soprattutto urbanistica, della nuova amministrazione. A mio modesto avviso, infatti, il progetto, madre di tutti i progetti, non può che partire da Genova città: il vero tesoro da valorizzare e da coltivare è la città stessa. La quale, come da anni va ribadendo Salvatore Settis con riferimento alle città storiche dItalia non deve intendersi come «città museo», definizione che potrebbe accreditare la separatezza del mondo dellarte (confinato nei musei) dal mondo della «realtà». La «realtà» è la città di Genova, intesa come casa dei cittadini nella frequentazione dei suoi palazzi, delle sue chiese, delle sue strade, delle sue piazze, dei suoi teatri, del suo porto, dei suoi saliscendi con scorci ineguagliabili tra mare e monti. Questa realtà è il lascito sempre vivo, non solo degli Andrea Doria, ma di tutti coloro che con lui, prima di lui, dopo di lui (mecenati, imprenditori, architetti, artisti, capomastri, artigiani) hanno contribuito a favorirne la bellezza (artistica, ma prima ancora, naturale) che resta, nonostante le ferite deturpanti della recente e meno recente edilizia (basti pensare a Piccapietra, a Madre di Dio, alledificio della Cassa di Risparmio). Un buon lavoro è stato fatto da parte delle amministrazioni Sansa e Pericu - con lapporto prezioso di storici dellarte e di architetti internazionali, primo fra tutti Renzo Piano - sia nel senso della rivisitazione e rivalutazione dellantico (vedasi il riconoscimento dellUnesco ai Rolli); sia in quello della proposizione del nuovo (ad esempio, il Porto Antico). I genovesi hanno dimostrato di apprezzare questi primi significativi risultati. Altrettanto hanno fatto i turisti, italiani e stranieri, richiamati dal passaparola più che da una pubblicità poco mordente, come lamenta Ezia Gavazza. Però moltissimo resta ancora da fare. Genova non è «città museo», come forse sono - me lo consenta Settis - Venezia o Firenze. Per questo la Genova storica deve trovare sostegno nella Genova del futuro (e viceversa). In altre parole occorre acquistare spessore e visibilità con la realizzazione di progetti urbanistici e architettonici funzionali a darle prospettive nuove e vie nuove (penso - e qui mi collego alle idee di Piano- alla monorotaia dalla Fiera al Porto Antico, a nuove funicolari, allallontanamento degli automezzi privati dal centro della città con il contemporaneo rafforzamento delle strutture pubbliche di viabilità, al nuovo aeroporto, e allutilizzo, più frequente anche per eventi culturali e spettacolari di richiamo, di aree portuali e aeroportuali dismesse). Lestablishment già irride questi progetti definiti «lunari», per privilegiare interessi particolaristici. Certo i costi sono elevati e la politica dovrà affrontare con forza questo problema. Ci riuscirà? Ricordiamoci però che senza «utopie» non cè futuro, cè solo immobilismo, anzi regressione; non possiamo continuare a guardarci lombelico nellillusione di essere quella metropoli che forse non siamo mai stati. Il rilancio culturale e ambientale di Genova sta quindi nella sintesi di questo binomio: passato e futuro. Abbiamo in casa un grande architetto genovese che, a quanto pare, sarebbe disposto a lavorare per la città. I progetti di Piano - che ha accettato linvito del sindaco Vincenzi - mi sembra vadano nella direzione giusta. Qualcuno dice che dietro ai suoi disegni «lunari» si celerebbero oscuri interessi. Se è così, ce lo spieghi per favore. Non si può tirare il sasso e ritirare la mano. Questa imprescindibile attenzione allo sviluppo «futuristico» di Genova non solo comporterà un più elevato godimento della città da parte dei suoi abitanti, ma contribuirà, con il suo appeal a «fare cassa». In questo quadro generale di rinnovamento i musei e gli spazi espositivi dovranno svolgere il loro istituzionale lavoro culturale (sarebbe assurdo che un «amico dei musei» ne sottovalutasse limportanza) senza indulgere a quelle basse sollecitazioni mercantili oggi in gran voga e giustamente deprecate da Ezia Gavazza. E verissimo - e qui ritorno allo spunto di partenza di questo mio intervento - che non possiamo continuare a «frugare» nel seicento genovese nella speranza di attirare un pubblico che non sia quello ristretto degli studiosi e degli amatori del genere. Lesperienza ci dice peraltro, cara Ezia, che neppure le mostre di arte moderna e contemporanea (ne abbiamo viste alcune di un notevole spessore culturale sia a Villa Croce sia al Ducale) hanno attirato le folle. A titolo di esempio, si terrà nei prossimi mesi a Villa Croce una mostra di Allan Kaprow (ideatore, tra laltro, degli "happenings") figura carismatica dellarte contemporanea mondiale. Ma in quanti andranno a vederla, a studiarla? Mi auguro in molti, ma non mi illudo. Oggi è così, un po meglio di ieri, ma non troppo. Mi viene in mente il titolo (mi riferisco solo al titolo) di un libro di Carlo Levi: «Il futuro ha un cuore antico». Se il grande cuore antico di questa città riuscirà a darsi un futuro, i genovesi (e i turisti che saranno attratti da questa vecchia-nuova Genova) renderanno forse giustizia ai Luca Cambiaso e agli Allan Kaprow di turno. Lasciatemi sognare. Presidente Associazione Amici Musei Liguri e Palazzo Ducale