Il rapporto tra pianificazione e sviluppo del Mezzogiorno d'Italia, negli scenari nazionali ed europei agli inizi del XXI secolo. E' stato questo il tema principale al centro del convegno annuale promosso a Napoli, Castel dell'Ovo, il 28 e 29 giugno, dal Censu (Centro Nazionale di Studi Urbanistici), Ente Morale, organo di consulenza del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. L'iniziativa dal titolo "Mezzogiorno, risorse e piani per lo sviluppo", è stata proposta dal Centro Studi Urbanistici e dall'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli. Di seguito proponiamo alcune riflessioni al termine dei lavori dI uno dei protagonisti della discussione: Almerico Realfonzo, ordinario della facoltà di Architettura dell'Università di Napoli Federico II e direttore del Dipartimento di Urbanistica. "Ci siano curati troppo poco di indagare se le cose che contribuiscono allo sviluppo economico vengano impiegate in un contesto che sia favorevole a tale sviluppo" (Galbraith, 1964): una dozzina di anni fa, nella prefazione ad un libro di un giovane quanto valente studioso (E.Mollica, 1997) mi sembrò un assunto appropriato alla prassi storica degli interventi nel nostro Mezzogiorno: del perseguirne ambizioni di sviluppo senza basi ambientali, coltivando un'utopia etica negativa, deideologizzata, corruttrice e sostanzialmente assistenziale; sfuggente, peraltro, alle istanze di razionalità che gli studi sull'intreccio tra economia e pianificazione territoriale urbanistica avevano da quarant'anni proposto alla dialettica interdisciplinare, alla letteratura scientifica, alla stessa politica. Da quella traccia, un filo conduttore ripercorreva, nella nostra vicenda nazionale (aperta, a partire dagli anni ottanta, a contributi internazionali) le tappe di un percorso a ritroso scandito da momenti fondanti tra i quali ritenevo collocabili esperienze come lo Studio sui sistemi urbani del Mezzogiorno (1983) - che interpretò il sottosviluppo meridionale come esito dell'assenza storica o del decadimento delle città meridionali, proponendone la risoluzione attraverso strategie di riqualificazione ambientale, riordino dei grandi poli urbani, emancipazione dei centri minori in antitesi alle gerarchie storiche dello sviluppo civile e produttivo delle città - le esperienze dei Progetti Speciali dei sistemi urbani meridionali, altre esperienze tra le quali ponevo gli studi sull'area metropolitana napoletana come scenario essenziale per il riequilibrio e lo sviluppo della capitale meridionale attraverso la revisione del suo PRG (1991), fino a lontane, non citate discussioni sulla simmetria e la sinergia economiaurbanistica, che avevano coinvolto l'INU tra i primi anni cinquanta ed i primi sessanta (IV IX Congresso) e, col 1 convegno del '65, lo stesso Centro Nazionale di Studi Urbanistici degli Ingegneri. Pensavo e richiamavo un assunto del pressoché coevo meridionalismo, secondo il quale l'azione sul piano territoriale e urbanistico rispondeva a rilevanti esigenze nell'ordine civile ed economico, "concorrenti, se soddisfatte, alla convenienza degli investimenti produttivi" (Saraceno), cui connettevo tre urgenze strategiche meridionali che avevo da tempo sostenute: la rigenerazione fisica e prestazionale dei patrimoni naturalistici ed urbani; la qualificazione, il rafforzamento e la diffusione dei servizi alle persone e alle imprese; l'affidamento delle istanze di crescita della base economica territoriale all'integrazione tra produzione, ricerca e formazione. Idee e temi condivisi dai cultori ma, credo, anche dalla gente, sul piano etico e su quello concettuale, ma disattesi nella pratica politico-amministrativa del governo del territorio, fino alle più gravi degenerazioni ambientali e civili (rifiuti, inquinamento, dissesto del territorio, devastazioni paesistiche) che tuttora subiamo. Senza che il giudizio sull'atonia morale del governo del territorio meridionale fosse, tuttavia, semplicisticamente generalizzabile e, tanto meno, che si estendesse alla attività scientifica, che, invece, aveva registrato, nell'ultimo trentennio, professionalità significative nei settori disciplinari dell'urbanistica e della pianificazione territoriale, come nei settori concorrenti, tra i quali il campo dell'estimo urbano. Né, aggiungo, può trascurarsi, ora, l'emersione, nell'ultimo decennio di esperienze meridionali, di innovazioni ordinamentali e significative produzioni progettuali; come ho rilevato, nelle prime battute del Convegno, a proposito della Campania che ha visto l'emanazione della legge 162004 Norme sul governo del territorio, e, per la pianificazione territoriale, rilevanti esperienze, concluse o in itinere (Proposta di Piano Territoriale Regionale; Piani territoriali di coordinamento delle cinque province, e, nel casertano, Piano di sviluppo socio economico, approvato nel 2001; Piano Strategico di Napoli e della sua area metropolitana). A tali tematiche si è dedicato, per quanto possibile, il Convegno annuale del Centro Nazionale di Studi Urbanistici, Ente Morale, organo di consulenza del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, tornato a Napoli dopo 42 anni dal 1 Convegno La formazione urbanistica dell'Ingegnere (Sorrento, 1965) che pose, riprese e coordinate nella relazione finale (Scimemi), le questioni del rapporto tra programmazione dello sviluppo e pianificazione territoriale (Realfonzo) e, sul piano del metodo, dell'apporto della "economia urbana" alla programmazione urbanistica (Forte). Il motivo della scelta, è sintetizzato,, nella presentazione del Convegno, dal Presidente del Centro Studi, e risiede nella circostanza che "il Mezzogiorno è purtroppo da molti anni al centro dell'attenzione nazionale per tutta una serie di problemi non risolti o considerati irresolubili, che in qualche situazione locale hanno raggiunto livelli di gravità eccezionale, diventando veri e propri problemi nazionali" Nell'onesto corollario che ne discende, che "per governare in maniera seria e coerente un territorio ed una società, più che i sistemi di pianificazione e le procedure normative contano la presenza di amministrazioni e strutture tecniche serie, capaci ed efficienti" (Vianello), risiedono le ragioni della primaria responsabilità politico-amministrativa nella condizione ambientale, sociale ed economica del territorio e nelle sue suscettività di sviluppo, come suol dirsi, "sostenibile". Sopra questa complessa condizione, il Convegno ha svolto le sue riflessioni, proponendo, attraverso un certo gruppo di relazioni, non estemporanee né casuali considerazioni, in forma e con valore di contributi che sarebbe stato ingenuo sperare risolutivi. In particolare incombono complesse peculiarità della condizione di fatto dei sistemi territoriali e socio-economici sui quali si esplicita l'attività pianificatoria; ad esempio la questione dell'intervenuta copianificazione delle istituzioni, che pone difficili problemi concettuali e metodologici di conciliazione tra strategie generali dei piani ed espressioni delle specificità locali: mi riferisco, sempre in via esemplificativa, alla diffusa presenza di strumenti di sviluppo locale, concorrenti al processo di pianificazione dal basso con ampie tassonomie di casi dotati di rilevanti risorse: PRUSST, LEADER, URBAN, PI, per citarne qualche sigla (si pensi al caso della Campania che ha assegnato circa il 40 per cento delle risorse finanziarie del POR 2000-2006 ai PI, i cui progetti portanti agiscono di fatto come invarianti dei PTCP). Questo genere di questioni, pone problemi non affrontabili né, se marginalmente incontrati, risolvibili in un convegno "generale" e piuttosto richiedenti disamine e confronti specifici. Ma sussistono anche temi di portata non particolare che vanno risolti con siffatti confronti a farsi. Per questo genere di questioni, i temi concordati per la tavola rotonda si prestano a qualche deduzione. Un primo tema concerne il trade-off effettuale tra l'intervenuto rafforzamento della razionalità del piano urbanistico (abbandono della rigidità dirigistica dei vecchi PRG, piano strategico; compensazione fondiaria e perequazione urbanistica, superamento della prassi espropriativa; valutazione economicofinanziaria, fattibilità e vas del piano, finanza di progetto) e le valenze morfologiche e qualitative del piano: non sembrando, peraltro, cogliersi, nelle nostre città, salvo eccezioni, una forte visione urbanistica unitaria pervasiva delle loro più recenti trasformazioni, come accade altrove. Si ripropone, altresì, la questione del dualismo piano-progetto inteso come consecuzione o dilemma, coinvolgente la natura del piano urbanistico come generatore strategico di progetti oppure relegato al ruolo di sovrastruttura sterile: implica la capacità pubblica di focalizzare una visione strategica della città e perseguirla con efficienti mezzi di governo del territorio e capacità operative pubbliche e private; ma riguarda anche la struttura ordinamentale della pianificazione: che consenta o meno la conciliazione del rapporto tra piano e progetto in una visione complessiva e condivisa della città, e sia in grado di sostenere le suscettività negoziali pubblico-private del piano. Il Convegno, sulle tematiche ordinamentali ha fatto cenno al caso della LR Lombardia 122005, la quale prevede, per la pianificazione urbanistica comunale (che resta il test fondamentale dell'efficienza del sistema pianificatorio) un piano di governo del territorio strutturato con un documento di piano a carattere programmatorio, che individua gli obiettivi strategici prioritari della politica urbanistica dell'Amministrazione; un piano delle regole che definisce strumenti e modalità per perseguire gli obiettivi e tipologie, funzioni, dimensioni e requisiti qualitativi degli interventi di sostituzione o di nuova edificazione; un piano dei servizi, che organizza l'insieme delle attrezzature a supporto delle funzioni insediate; i rapporti tra i tre strumenti precisandosi nella verifica di coerenza dei processi di trasformazione urbana con le strategie urbanistiche e le politiche delineate nel documento di piano. Qui il problema da discutere è se si tratti di un modello esportabile nel nostro Mezzogiorno. Tema conclusivo in discussione, quello della Pianificazione strategica come processo sinergico, peculiare dei processi positivi di trasformazione urbana e territoriale: nelle esperienze recenti, il piano strategico si pone come patto tra responsabili e attori del governo della città, in primo luogo gli Enti locali. La visione generale che lo permea persegue due scenari simmetrici: il disegno politico dello sviluppo sociale ed economico di medio-lungo periodo; l'immagine forte e fertile dell'assetto dell'ambiente naturalistico e storico, come cornice e generatrice dei grandi disegni di qualificazione e valorizzazione sostenibile dei tessuti urbani, dell'eco-sistema e del paesaggio. ordinario della facoltà di Architettura dell'Università di Napoli Federico II e direttore del Dipartimento di Urbanistica