Lannuncio del sovrintendente comunale Eugenio La Rocca: "È un caso estremo" "Anche le statue dei fiumi annerite dalle auto che ogni giorno passano vicino" "Abbiamo solo budget per il 2 degli interventi necessari" -------------------------------------------------------------------------------- UNO strato di polvere nera ottunde completamente il panneggio del colossale Mosè nella fontana di largo Santa Susanna restaurata una ventina di anni fa. E le appiccicose particelle carboniose prodotte dai motori, miste alla gomma polverizzata dei pneumatici delle automobili, si trovano sulla figura del Tevere, e sulle altre tre sculture, poste allincrocio di via delle Quattro fontane, restituite (per poco) alloriginario candore in vista del Giubileo del 2000. Le due opere, frutto degli interventi urbanistici voluti da papa Sisto V nel 1587, sono solo due esempi della sterminata collezione di sculture allaperto che Roma conserva da secoli. E che avrebbero bisogno di interventi di manutenzione continua per sopravvivere al degrado imposti dal traffico. «Entro breve apriremo un cantiere di restauro per il Mosé e per le altre sculture di Santa Susanna, finanziato dai proprietari che hanno avuto in permuta ledificio annesso alla fontana» annuncia il sovrintendente comunale ai Beni culturali Eugenio La Rocca. «Ma questa opera, insieme con le Quattro fontane, è un caso estremo poiché le auto passano vicinissime alle sculture, poste in snodi stradali difficilmente eliminabili». Larcheologo è conscio che la salvaguardia di tutte le fontane e di tutti i monumenti di piazza romani (operazione titanica, che spetta al Campidoglio) passa per «restauri continuativi, per eliminare il deposito delle polveri sottili e le sostanze inquinanti». Ma sa anche bene che i fondi pubblici per la manutenzione sono esigui, soprattutto davanti allenormità del patrimonio «e per questo troviamo risorse nella pubblicità di cantiere che, ai Fiumi in piazza Navona, e al monumento al Finanziere, hanno permesso di portare a termine il restauro». In un budget in cui la cura quotidiana ricopre appena il 2 degli interventi di investimento sui monumenti dello Stato, fondamentale è lapporto degli sponsor. «Ma quale privato pagherà per far spazzare il pavimento di una chiesa? Diverso è se lo chiamiamo per farglielo restaurare. .. «. Con questo paradosso, il direttore dei Beni culturali del Lazio, esemplifica la difficoltà di trovare risorse allesterno per la manutenzione ordinaria. «Se intervenissimo una volta al mese, basterebbe una semplice spolveratura, una pulizia più che una pulitura. Ma la nostra priorità è intervenire sulle opere in pericolo, sui tetti che crollano piuttosto che sulle opere sporche» precisa lingegnere. Che giudica «in una situazione quantomeno di sofferenza» le opere darte romane esposte allaria, allo smog e piene di croste nere. «Attenzione a dire sempre "croste nere"» avverte il professor Maurizio Diana, esperto di tecnologie dei beni culturali e autore delle indagini scientifiche sullErcole e sullApollo di Veio. «Se cè la crosta nera sulla statua, significa che il marmo ha subito un processo di solfatazione e che è diventato gesso. In questo caso, avviene prima o poi la caduta del naso o delle dita (le parti piccole sono anche le più fragili). Ma, da quando i riscaldamenti non vanno più a carbone o a petrolio, il calo dellanidride solforosa nellaria ha ridotto il fenomeno della solfatazione. E il nero che vedete sulle statue è spesso "solo" sporco». Aumentano però le particelle carboniose. «È il particolato sottile che, in realtà, fa più male alluomo che ai monumenti». Bella soddisfazione ... «Intendiamoci - precisa Diana - quando le auto andranno tutte a gas o a metano sarà un bene per tutti, per gli uomini e per le statue. Ma certo è che oggi la situazione è migliorata rispetto al grande inquinamento che ha raggiunto il suo massimo negli anni Sessanta». Si scopre che le sculture sono sporche da sempre. «Già, prenda le foto degli anni Trenta. I Dioscuri, come gli altri marmi allaperto, erano neri. E questo grazie alla centrale a gas al circo Massimo, che diffondeva S02, anidride solforosa, in tutta la città».