TRENTO. «Siete venuti qui carichi di pregiudizi, non volete nemmeno vedere ciò che verrà realizzato». Finisce con un duro botta e risposta con gli ambientalisti del Fai la conferenza dell'architetto Pierluigi Nicolin, progettista del nuovo polo giudiziario, invitato ieri a Trento dal Circolo trentino per l'architettura contemporanea. Nella sala degli affreschi della Biblioteca comunale, gli attivisti del Fondo per l'ambiente italiano si sono presentati insieme ad alcuni rappresentanti di Italia Nostra per ribadire il loro no alla demolizione del carcere di Trento prevista dal progetto di Nicolin, socio fondatore della Gregotti Associati, ordinario al Politecnico di Milano e vincitore del concorso per il Modam, il nuovo museo e scuola della moda di Milano. «Un complesso architettonico unitario non può essere smembrato - incalza Giovanna degli Avancini, presidente regionale del Fai Trentino - se ha valore l'edificio del tribunale, lo stesso valore deve essere attribuito alle carceri, perché entrambe le strutture corrispondono a una necessità organico-funzionale e a una medesima concezione estetica». Il Fai critica la «superficialità» della Sovintendenza provinciale ai beni architettonici, che ha giudicato il carcere «privo di valore storico-artistico» e nel bando di concorso per il nuovo polo giudiziario ne ha previsto la demolizione. Salvatore Ferrari, vicepresidente di Italia Nostra, ieri ha consegnato a Nicolin una copia della lettera già inviata al ministro per i beni culturali Francesco Rutelli, dove si chiede un intervento contro l'abbattimento del vecchio carcere. Ma l'architetto milanese non ci sta: «Non sono una foca ammaestrata - risponde stizzito a chi lo contesta - ho partecipato al concorso perché condivido le premesse del bando». Dunque anche la demolizione del carcere. Prima del battibecco, Nicolin aveva spiegato le scelte e la filosofia del suo progetto: «II messaggio che voglio dare -ha spiegato - è che il nuovo palazzo di giustizia non sarà più un palazzo ma una rete di relazioni, una cittadella aperta alla città». Ecco allora la scelta di un giardino d'acqua (ma senza verde) pensato come un percorso pubblico centrale all'interno del complesso. Ecco gli edifici trasparenti, perché si possa vedere chi ci lavora dentro: «Abbiamo forzato un po', su questo aspetto l'Italia è molto restia». Nicolin rivendica di aver cercato di interpretare «la tradizione italiana dei palazzi di giustizia», ma seguendo al contempo anche un'«estetica della discontinuità». «Ci sono architetti che hanno la sindrome dell'eterno - commenta l'architetto - in Italia si vive come se tutto fosse già stato costruito e tutto fosse un'opera d'arte. È un atteggiamento un po' provinciale che in qualche caso sopravvaluta i nostri beni culturali».