Il nostro futuro di europei è a valorizzare le nostre reciproche diversità, quel coro di culture nazionali o regionali che nei secoli hanno «fatto» l'Europa e le sue stesse ambizioni universalistiche. Valorizzarle vuoi dire conoscerle, metterle in circolo, scambiarle. È questa in sintesi l'idea che il ministro per i Beni culturali, Giuliano Urbani, ha portato all'incontro con i colleghi dell'Ue che termina domani a Firenze, terzo a livello ministeriale di quest'anno, nel semestre di presidenza italiana, dopo Venezia (dedicato tutto al cinema) e Siracusa (sull'audiovisivo). L'idea ha un nome: progetto Agenore, dal mitico re fenicio considerato padre di Europa, la bella fanciulla rapita da Zeus mutatosi in toro. Questa volta non si tratta di rapire nessuno: anzi di lanciare una campagna culturale alla ricerca dei progenitori, dei tanti Lari e Penati che i popoli del continente, nella loro lunga storia, hanno alle spalle. Magari senza saperlo. È un disegno a suo modo utopico, dice il ministro, che ha preparato un lungo documento da sottoporre ai colleghi dell'Unione e degli Stati in attesa di entrarne a far parte. «Un rilancio dell'utopia che è alla base dell'Unione, un'utopia magari un po' più modesta, questa volta, ma non meno esaltante: pensare intensamente l'Europa come un luogo di pace e civiltà». Attraverso la cultura. Ma che cosa significa per lei, esattamente, questa sorta di ricognizione dei propri antenati? Come andare oltre il catalogo? «Io mi fermo alla considerazione che sui nostri vicini già sappiamo poco in generale. Magari conosciamo l'Austria asburgica, la Francia in parte, qualcosa della Germania. Se ci allontaniamo dai confini, però, le informazioni sono poche e riguardano poche persone. Che cosa sappiamo dei Paesi Baltici ad esempio? Quasi nulla. Dobbiamo fare di tutto per conoscerei meglio. favorendogli scambi culturali, le informazioni. Da questo punto di vista noi italiani siamo favoriti, perché tutti vogliono "scambiare" con noi, data la ricchezza del nostro patrimonio artistico e culturale. Ma non è così per ogni paese dell'Unione. Conoscerei più profondamente già sarebbe un risultato clamoroso». Quali strumenti propone? «Il primo, umile se vogliamo, ma efficace, è il portale della cultura che la Commissione europea sta disegnando. Potrebbe diventare una guida online, dove i vari paesi propongono il meglio della loro tradizione, dall'archeologia alle arti, dal cinema all'antropologia. E poi, grazie alla realtà virtuale, fa una bella differenza leggere qualcosa su Pompei o Stonehenge, oppure vederli ricostruiti dal vivo, con la gente che li frequentava». Ma nel progetto Agenore lei vede più cose: da una mappa storica dei siti archeologici a un «museo dei musei», dalla «biblioteca delle biblioteche» all' enciclopedia dei Grandi europei. In alcuni di questi settori siete abbastanza avanti. «Nel cinema abbiamo già sottoscritto accordi con Inghilterra, Spagna, Portogallo e Francia per favorire la circolazione di finn europei in Europa. Lo abbiamo fatto anche con Russia, Cina e India. Il principio è creare una somma di accordi bilaterali, per costruire una rete. Partire da una rete "di sistema" sarebbe stato rischioso: poteva voler dire soffocare tutto sul nascere». Lo stesso discorso vale per il circuito museale. «L idea di uno spazio museale europeo è quella di individuare regole comuni, ma realizzare scambi bilaterali. Insomma generalizzare la reciprocità, impegnando i governi a politiche che facilitino gli scambi, per esempio con agevolazioni fiscali, in modo da contenere i costi assicurativi o di trasporto. Far viaggiare le opere d'arte costa carissimo». Costa meno, invece, far «viaggiare» i Lari e i Penati, che sono immateriali. Ma questo non dovrebbe essere compito della scuola? «Noi siamo complementari. La scuola fa quel che può, ma non può tutto. Il nostro obiettivo è la diffusione e la promozione della cultura. E ora, direi, quello di rafforzare l'orgoglio di sentirsi europei». Non tutti i ministeri della cultura, in Europa, hanno le stesse attribuzioni. Questo è un ostacolo? «Lo è in misura minima. Però l'idea del progetto Agenore è basata soprattutto sulla sussidiarietà: cioè i singoli paesi, e anzi le singole aree regionali, sono. chiamate a far la loro parte al meglio. Il ruolo della Commissione europea è minimo. E un'impostazione del genere è, ad esempio, molto apprezzata dalla mia collega britannica, che deve stare attenta a quel che pensano la Scozia, il Galles o 1 Manda del Nord». Ci vorrà però qualcuno che coordini, a Bruxelles. «Per gestire il progetto bisogna immaginare una commissione con un certo numero di membri, almeno uno per paese. Ma al momento il discorso è prematuro. L'anno prossimo ci saranno le elezioni europee, e quindi cambieranno il parlamento e la Commissione europea. Io però volevo consegnare adesso la proposta. Per questo ho scritto un testo che si presenta come abbozzo, destinato alla discussione». Come le risulta che sia stato accolto? «Bene, direi. È inutile nasconderei che la prospettiva di una sempre maggiore integrazione crea timori crescenti. Proprio per questo vorrei dare un contributo invitando tutti a cercare nelle nostre radici un futuro che ci sappia restituire l'unità nella diversità».