Così, anche la cultura diventa un lusso. Più che il prezzo del biglietto, sconcerta il valore emblematico della scelta. Che coinvolge uno dei simboli più cari ai milanesi, il castello Sforzesco, uno di quei luoghi dove basta guardare i cortili, chiudere gli occhi e rivedere la storia. Immaginando che, fra quelle mura, probabilmente passeggiarono Stendhal e Napoleone, il primo sempre all'inseguimento di qualche gonnella compiacente e il seconda scortato dal suo codazzo. O, magari, sbirciando in una vetrina dell'armeria la sciabola del maresciallo Radetzky. Un'arma che merita il nostro omaggio, perché mai si macchiò dì sangue milanese. E quando il suo titolare a Milano tranquillamente morì, fu tra l'ossequio della popolazione, in mezzo alla quale si muoveva senza scorta. Lo dice la parola stessa: museo civico, quindi della città. L'antico presupposto che sta dietro questo aggettivo è che la vita di una comunità ha un effetto positivo sui singoli che ne fanno parte. Che però, mentre vengono formati dalla città, imparano a darle anche qualcosa di loro stessi. Che altro è la civiltà? Oggi quel modello di cultura che alla civiltà si ispira è in crisi ovunque, in tutta Europa gli ingressi ai musei si pagano, e salati assai. Balzelli per accedere a cattedrali del consumismo culturale, dal capostipite Beaubourg di Parigi al Guggenheim di Bilbao, dove l'evento sapientemente pompato dal pifferaio massmediologico calamita folle distratte e vacanziere. Per fronteggiarne la concorrenza, a Milano c'è chi ha aperto le auguste sale al catering e chi al brunch, chi ai pic-nic e chi alle sfilate di moda. Inevitabile, fors'anche piacevole. Resta da capire perché una città dove l'industria della cultura coinvolge 1500 imprese e impiega 10mila persone per un valore di un miliardo e mezzo di euro, faccia poi così fatica a vendersi, al punto da dover imporre un pedaggio per i suoi musei cittadini. Se questo accade, non è per le iniziative temporanee, spesso di primissimo piano, ma perché non esiste un progetto globale di promozione culturale. Questa città che rappresenta il picco nazionale della capacità commerciale non sa «piazzare» il proprio patrimonio artistico. La stessa ragione per la quale, misteriosamente, da tempo non attrae più sponsor che rimpinguino i deficit dei bilanci comunali, al contrario di Roma che fra notti bianche e eventi in piazza ci da continue lezioni in questo senso. Peccato, perché viviamo in un momento che ha come peculiarità di usare male il tempo e capire poco il bello. E il tributo applicato al Castello, certo, non aiuta.