Il sistema della tutela, una delle conquiste preziose della cultura italiana dei beni culturali e ambientali, è in crisi. Le recenti proteste di centinaia di funzionari delle soprintendenze (in particolare archeologi, ma anche architetti, storici dell'arte, ingegneri, geologi, bibliotecari) , docenti universitari, professionisti ed esperti del settore sottolineano il forte stato di pericolo per il nostro patrimonio, di natura diversa ma non per questo trascurabile rispetto a quanto ci avevano abituato Tremonti, Siniscalco e Urbani. E pochi giorni fa, anche in Sardegna, si è manifestata un'insolita, dura e sacrosanta protesta dei funzionari delle Soprintendenze archeologiche di Sassari e Nuoro e di Cagliari e Oristano contro la recente riforma che porta ad un'unica Soprintendenza regionale i due storici uffici. Le passate reggenze uniche e incarichi ad interim (Paolo Scarpellini, Vincenzo Santoni, ora Giovanni Azzena) preludevano quindi a qualcos'altro. Si accorpano uffici e direzioni, si unificano soprintendenze e territori. Si afferma un'ottica di razionalizzazione in qualche caso anche condivisibile ma nel complesso volta al risparmio finanziario, al sacrificio della tutela e all'enfatizzazione delle iniziative economiche (pur necessarie, ma pericolose se confliggono con la natura di bene comune propria di tutti i depositi archeologici), alla concentrazione non casuale dei poteri. E' l'anticamera di un ruolo più forte e deciso del controllo della classe politica sulla gestione complessiva dei beni culturali e ambientali, trovati finalmente attraenti. A partire da una lettura dei concetti e delle differenze fra tutela e valorizzazione, non limpida nella stessa dottrina giuridica e negli apparati legislativi vigenti, dell'ambiguo concetto della valorizzazione sembra prevalere la possibilità di nuovi profitti assai selettivi piuttosto che quello di allargamento dell'accesso al patrimonio culturale e ambientale. E, aggiungo senza polemica e con la massima condivisione del no espresso dai quadri dirigenti della soprintendenze archeologiche sarde, a volte la corsa alla valorizzazione ha distolto negli stessi Uffici della Tutela energie già rare, e perciò più preziose, da dedicare al compito, istituzionale e irrinunciabile, della tutela. Il territorio sardo, come scriviamo da anni e raccolto correttamente nel documento, ha la massima densità archeologica di tutta Italia, e mi domando se il record sia solo italiano: parliamo di ventimila monumenti per ventiquattromila kmq (quest'ultima cifra, ricordiamo, comprende coste e montagne: perciò la densità reale è ancora più rilevante). Appare ovvio che questo dato richieda un incremento delle forze della tutela, e non una loro depressione. La particolare reticolarità del patrimonio sardo, dove sono molto frequenti i casi di piccoli comuni con una media di 100 monumenti archeologici, è perciò a rischio, all'interno della più generale corsa al risparmio del Governo, asse virtuoso fra Rutelli e Padoa Schioppa, nuova coppia Beni culturali Tesoro. In Sardegna c'è da chiedersi se l'idea del trasferimento di competenze nei beni culturali alla Regione, alla luce della complessa lettura dei nuovi assetti del titolo V della Costituzione (parte seconda: in particolare art. 117) , non venga preparata anche da questo deciso taglio amministrativo, in maniera da rendere più accettabile per i bilanci regionali i programmati passaggi di competenze. Chi scrive ha sempre visto in maniera favorevole il trasferimento direi meglio, l'ampliamento e la condivisione - delle competenze sui beni culturali alla Regione Sarda, pur saldamente incardinato su leggi generali di natura nazionale. Ricordo il ricco dibattito che nel 1996 ebbi il privilegio di poter costruire su questi temi con CGIL, CISL, UIL, con il coordinamento di Alba Canu, con la collega Maria Antonietta Mongiu e la presenza costante di Giovanni Lilliu. Si partiva anche dal presupposto che le poche forze dello Stato (calcolai per l'occasione che ad ogni funzionario di Soprintendenza toccasse 'solo' qualche centinaio di monumenti da seguire amministrativamente) non potevano garantire la tutela costante del patrimonio; soprattutto di una rete monumentale costituita in gran parte da monumenti poco spettacolari, in cattive condizioni, abbandonati, non emozionanti per i grandi progetti di valorizzazione, ma numerosissimi e irrinunciabile trama diffusa della memoria; e che perciò fosse, più che necessario, fondamentale, aumentare le forze attive con la partecipazione delle comunità residenti e la potestà di tutela e vincolo estesa anche alla Regione Sardegna. I processi in corso rendono meno ottimistiche le attese, e impongono una forte riflessione. Un passaggio di competenze che sacrifichi la tutela sarebbe assai pericoloso, e non dovrebbe rinunciare alle competenze acquisite e territorializzate. Il depotenziamento delle declaratorie e dei vincoli, essenziali per la protezione del 'bene comune' , non si materializza solo attraverso il devastante progetto delle cartolarizzazioni del sistema Patrimonio S.p.A., ma anche nell'accorpamento del sistema dei beni culturali e ambientali persino, come propose lo stesso Piero Fassino, con il Turismo (ecco a dove porta il fraintendimento della valorizzazione e della necessità di sfruttare in direzione turistica il patrimonio culturale del paese, senza basi ideali solide sulla natura pubblica dei beni culturali). Cosa ne pensi lo Stato degli strumenti per potenziare la tutela emerge anche dal profilo curriculare previsto, e assai contestato, per i nuovi concorsi alle Soprintendenze: basta la laurea triennale. Che paradosso: per i dirigenti destinati a tutelare la cultura è previsto un titolo di studio inferiore a quello richiesto in altri Ministeri dello Stato, e inferiore persino a quello dei funzionari che dovranno dirigere nel loro stesso Ministero!
Traballare sulla tutela
I funzionari delle soprintendenze archeologiche in Sardegna hanno manifestato contro la riforma che porta ad un'unica Soprintendenza regionale. La riforma prevede l'accorpamento degli uffici e delle direzioni, la concentrazione dei poteri e il risparmio finanziario. I manifestanti sostengono che la tutela dei beni culturali e ambientali è in crisi e che la valorizzazione dei beni culturali è stata prioritaria rispetto alla tutela. La Sardigna ha una densità archeologica alta e il territorio è a rischio per la depressione delle forze della tutela. Il trasferimento di competenze nei beni culturali alla Regione Sarda è stato proposto, ma il passaggio di competenze che sacrifichi la tutela sarebbe pericoloso.
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