In quei vasi la storia della tutela in Italia Il quesito non è affatto nuovo. Fu già posto dopo lUnità. E rimanda a una delle principali ricchezze del nostro paese Il dilemma è: perché una collezione etrusca finisce a Palermo e una di ceramiche provenienti da Ruvo di Puglia va a Milano? -------------------------------------------------------------------------------- A Siena è tornata in mostra la collezione Casuccini di antichità etrusche (venduta al Museo Nazionale di Palermo nel 1865), a Milano Electa pubblica, a cura di Gemma Sena Chiesa e Fabrizio Slavazzi, tre bellissimi volumi di catalogo delle Ceramiche attiche e magnogreche della Collezione Banca Intesa. Due eventi simultanei e senza apparente relazione tra loro, ma che pongono lo stesso problema: è saggio e giusto che una collezione etrusca finisca a Palermo, che una collezione di ceramiche provenienti da Ruvo di Puglia stia di casa a Vicenza o a Milano? Mentre si discute tanto delle possibili restituzioni di oggetti archeologici dai musei stranieri che li hanno illecitamente acquistati, come si giustificano queste migrazioni, anche se interne al nostro territorio nazionale? Questa domanda non è nuova. Subito dopo lunità dItalia, un vivace dibattito si svolse fra Gian Carlo Conestabile della Staffa (professore di archeologia a Perugia) e Giuseppe Fiorelli (soprintendente agli scavi di Pompei e poi direttore generale alle Antichità e Belle Arti). Conestabile proponeva «lo scambio di originali e il passaggio dei duplicati» da un museo allaltro in tutto il Paese, «allo scopo di fornire alla cultura di popolazioni che ne sono lontane una idea reale degli usi dellarte e dellindustria» delle città antiche (in particolare Pompei). Fiorelli ribatteva con sdegno che le collezioni archeologiche devono restare integre dove furon trovate: «Sarebbe oggi biasimevole acquistare pel Museo Nazionale di Napoli le iscrizioni del Lazio e pel Museo Nazionale di Palermo gli oggetti etruschi, come con funesto esempio fu fatto non è molto, allorché coi fondi dello Stato fu comperata pel primo museo della Sicilia la raccolta Casuccini di Chiusi». Insomma, come ha scritto Maria Luisa Catoni, si dibatteva allora sulla funzione del museo nella nuova Italia, se dovesse essere «scuola» (e cioè con funzioni pedagogiche) o «custodia», e cioè puntato alla tutela territoriale. La storia e la sorte delle collezioni oggi di Banca Intesa vanno viste su questo sfondo. Il nucleo essenziale dei più che 500 oggetti che questi volumi inquadrano e catalogano al meglio viene da Ruvo di Puglia, le cui ricchissime necropoli alimentarono nellOttocento varie collezioni private. La più celebre è rimasta a Ruvo, nel palazzo appositamente costruito dalla famiglia Jatta, ed è stata acquistata dallo Stato nel 1991, mantenendo lallestimento ottocentesco. Unaltra collezione ruvese, Lagioia (frutto di eredità della linea femminile degli Jatta), è approdata a Milano per acquisto della regione Lombardia ed è esposta nelle raccolte archeologiche della città di Milano. La collezione Caputi (ora Banca Intesa) è però la più compatta fra tutte, perché proviene non solo da Ruvo, ma da unarea limitata delle necropoli, in cui prima larcidiacono Giuseppe Caputi poi uno dei suoi eredi, Francesco, scavarono fra il 1830 e il 1870 circa: la sua provenienza da unarea sepolcrale delimitata, forse frequentata da pochi gruppi familiari connessi tra loro, ne accresce enormemente linteresse. Pubblicati 130 anni dopo il rarissimo primo catalogo della collezione, I vasi italo-greci del signor Caputi di Ruvo, descritti, dichiarati e nella miglior parte ancora inediti (Napoli 1877), di cui era autore Giovanni Jatta jr., questi volumi contengono anche le poche ma significative aggiunte dellultimo proprietario privato, ling. Giovanni Torno: la collezione infatti era già migrata da Ruvo a Roma a Milano, sempre restando in mani private, mentre il programma di esposizioni e iniziative annunciato da Giovanni Bazoli ne fa presagire una conoscenza e circolazione assai vasta: unanticipazione se ne è vista nella bella mostra "Miti Greci" al Palazzo Reale di Milano (2004). Per più di mille anni, antichità dogni sorta rimasero inerti e inosservate fra le rovine: dai marmi si cavava calce, i bronzi venivano fusi per farne armi, utensili, monete. Solo di rado qualche statua, qualche capitello, qualche sarcofago venne raccolto con cura e riusato in una chiesa, incastrato ed esibito sul suo paramento esterno; e molto più tardi, a partire dal Quattrocento, vennero in uso forme embrionali di collezione, pochi pezzi scelti un po a caso ed esposti (secondo le modalità medievali sperimentate nelle chiese) sul muro esterno di case e palazzi. Quando, più tardi, si venne cercando e definendo uno spazio deputato per le collezioni di antichità, gli oggetti più grandi e prestigiosi (tipicamente, sculture di marmo) furono disposti in giardini, portici, e più tardi gallerie. In nessuno di questi luoghi i vasi di ceramica (il cui collezionismo, come si vede dal bel saggio di Slavazzi nel I volume, è più recente di quello di sculture antiche) potevano trovare collocazione appropriata. Essi appartennero sin dallinizio a un altro e diverso spazio collezionistico, quello dello «studiolo», dove umanisti e vescovi e principi solevano raccogliersi in lettura e riflessione, circondati da libri, monete, medaglie, bronzetti, qualche gemma e qualche vaso. Ne vediamo un riflesso nel SantAgostino del Carpaccio a Venezia, dove pochi vasi antichi si allineano con alcuni bronzetti su una mensola dello studio del Santo (rappresentato come un umanista di rango): proprio come, sappiamo da Ulisse Aldrovandi, erano disposti i vasi antichi della collezione del cardinale Rodolfo Pio da Carpi a metà Cinquecento. Le collezioni di vasi da Ruvo nel primo Ottocento sono eredi di questa tradizione, ma risentono anche della gran voga per le antichità che percorse come una febbre tutto il Regno di Napoli dopo gli scavi di Ercolano e Pompei principiati da Carlo III nel 1738. Fu dalla messe innumerevole di quelle scoperte che nacque nelle province del Regno un intenso commercio di antichità, subito ricercate per ogni dove; e fu per questo che lo stesso Re, a partire dal 1755, emanò bandi severissimi, che vietavano in particolare «lestrazione dal Regno», cioè lesportazione, di qualsiasi antichità. Insomma, proprio come nella Roma pontificia, le norme di tutela nacquero come reazione a un mercato indiscriminato. Le norme borboniche e quelle papali furono, fra Sette e Ottocento, le più avanzate del mondo (e sono allorigine della gloriosa tradizione italiana della tutela), ma farle rispettare alla lettera non era possibile, in mancanza di strutture e di comunicazioni adeguate, e quasi senza musei pubblici dove conservare i reperti. Perciò le collezioni private ebbero spesso una funzione positiva, mantenendo uniti oggetti altrimenti destinati alla dispersione: e la collezione Caputi ora approdata a Banca Intesa è esempio particolarmente chiaro. Rinascesse oggi, Giuseppe Fiorelli vorrebbe forse riportare a Ruvo lintera collezione; e senza dubbio il suo argomentare appassionato in favore di una tutela contestuale e territoriale ha più che mai tutto il suo peso. Ma anche le ragioni di Conestabile meritano cittadinanza in un mondo tanto cambiato, in cui la continua circolazione degli oggetti darcheologia e darte ha preso la forma della mostra, con intenti didascalici non poi tanto diversi da quelli che egli aveva in mente. Il principio della priorità del contesto dorigine resta ovviamente inattaccabile: e tuttavia incontrare gli Etruschi a Palermo e gli Apuli a Milano ha assunto oggi un significato particolare, in linea con le preoccupazioni «pedagogiche» di Conestabile. Serve a richiamare una delle maggiori ricchezze dItalia, le radici multietniche e multiculturali che dai Greci ai Longobardi, dagli Etruschi ai Celti, dai Fenici ai Veneti, fanno la trama della nostra storia. Serve a ricordarci che lItalia è una, che la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione» prescritta dallart. 9 della Costituzione devessere la stessa dalle Alpi a Lampedusa; che, in presenza di sciatti tentativi di svuotare la Costituzione di ogni significato rivendicando alle singole regioni le funzioni di tutela, è imperativo mantenere identico il livello della tutela in ogni angolo del Paese, e non frammentarne le norme in venti sottosistemi regionali. Il canonico Caputi non pensava certo a questo, quando raccoglieva antichi vasi nelle sue proprietà di Ruvo. Ma se, circolando grazie a Banca Intesa, i suoi vasi sapranno trasmettere un forte messaggio di pluralità e di unità della tradizione italiana, dovremo essergliene grati.