Da Grechetto al 2004. Completato un ciclo, il futuro di Palazzo Ducale e delle grandi mostre secondo Ezia Gavazza L'AMMIRAGLIO, il principe in pensione che la congiura del Fiesco costrinse a rimettersi in gioco. Andrea Doria che tornerà nei luoghi del potere della Repubblica, Palazzo Ducale, dove la sua statua, colossale, accanto a quella del pronipote Gianandrea, sorveglia l'accesso. Una mostra su Andrea Doria (e sulla famiglia, sul ruolo che ebbe a Genova, in Italia e in Europa) come motivo di continuità secondo la formula voluta da Arnaldo Bagnasco, far scoprire la città attraverso la sua storia, in un ciclo avviato negli anni Novanta, esaltato dal 2004 e proseguito sino a Cambiaso. Ezia Gavazza, storico dell'arte che ha formato le ultime generazioni di studiosi, conferma la coerenza di una simile scelta, pur avvertendo che accanto all'arte antica in qualche modo occorra trovare spazio a quella contemporanea, pena la perdita di credibilità di ogni progetto culturale. Ha visto e da protagonista avviare il ciclo, «già nel '90 con la bella mostra sul Grechetto, che aprì gli orizzonti sull'arte genovese del Seicento, poi nel '92 Genova nell'età barocca, con l'università e la Soprintendenza, e ancora Bernardo Strozzi, sempre al Ducale, nel '95 e contemporaneamente Pierre Puget, con Marsiglia». Tutto questo ha portato a El Siglo de los Genoveses, a L'età di Rubens, a Cambiaso, che ha chiuso domenica: «Cambiaso è un evento pochissimo reclamizzato: l'aspetto della comunicazione è fondamentale. Una mostra esemplare, rispetto a certe molto pubblicizzate ma senza contenuto scientifico. Una mostra studiata, meditata, piacevole alla vista, anche se le signore genovesi si sono scandalizzate dei nudi cambiaseschi che sono di un intellettualismo sottile, difficile da capire». Il futuro passa necessariamente attraverso il ripensamento di questa linea, a partire dal progetto Doria: «Sarà una mostra non facile, che apre tuttavia molto di più alla conoscenza della città, più dei dogi, mostra circoscritta, mentre Andrea Doria è personaggio di apertura enorme, la vedremo volentieri». Ma una volta esaurito il catalogo (Cambiaso, Piola, De Ferrari, Grechetto, Baciccio, Fiasella, per dire) si chiude bottega. Magari c'è l'arte contemporanea: «L'interesse è scemato. Negli anni Sessanta-Settanta le gallerie erano molto frequentate, allora facevano arte contemporanea. Il sabato, con Germano Celant e Eugenio Battisti, giravamo per gallerie, La Polena, La Bertesca, Carabaga, Martini Ronchetti. Si voleva un Museo d'Arte contemporanea, finì a Torino. I giovani vorrebbero arte contemporanea ma non è frequente trovare qualità: la mostra di Celant per il 2004 è stata eccezionale, non so quanto sia stata recepita, Villa Croce fa abbastanza, ma è periferica, la cultura della città è mancata ed è un peccato, è stato bravo Gian Franco Bruno all'Accademia con Immagini per la città, poi è finita la necessità di questa cultura. Ed è mancata anche l'editoria, c'era Sagep». Una proposta, innovativa «portare in città gente che rompa gli equilibri di tradizione, che aiuti i giovani. Ammiro molto Celant è un critico d'arte contemporanea perché conosce bene l'arte antica. Bill Viola, per esempio fa delle cose straordinarie, rivedendo e interpretando gli artisti del passato in chiave moderna, come la Visitazione di Pontormo alla Biennale. La strada è questa».
(Genova) "Senza comunicazione la cultura è perduta". La svolta: spazio al contemporaneo
Ezia Gavazza, storico dell'arte, conferma la coerenza di una scelta di mostre culturali a Palazzo Ducale a Genova, che esaltano l'arte genovese del Seicento e del XVIII secolo. La mostra su Andrea Doria, che ha aperto il ciclo, è stata esemplare e ha apportato una nuova apertura alla conoscenza della città. Tuttavia, Ezia Gavazza avverte che la mostra non è stata sufficientemente pubblicizzata e che la cultura della città è mancata. La mostra di Andrea Doria è stata seguita da altre mostre, come El Siglo de los Genoveses e L'età di Rubens, ma la mostra di Cambiaso è stata poco reclamizzata.
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