Soppressione e accorpamento: sembra essere questa ormai la parola d'ordine e la linea di condotta politica del ministero dei Beni culturali verso le soprintendenze provinciali. Dopo la soppressione della soprintendenza speciale di Pompei e il suo accorpamento con Napoli, adesso infatti è la volta della Sardegna. Dove i vertici di via del Collegio romano hanno deciso l'unificazione delle due soprintendenze per i Beni archeologici di Cagliari e Sassari. Scatenando, come era facilmente prevedibile, la reazione dei funzionali di questi uffici preoccupati non solo del loro lavoro ma anche del fatto che l'accorpamento delle soprintendenze avrà molte e rilevanti ripercussioni tutte negative sulla tutela, sulla valorizzazione e sulla gestione del patrimonio archeologico della Sardegna. Regione italiana con il maggior numero di monumenti e aree archeologiche: ventimila siti a carattere monumentale. «Per raggiungere la netta maggioranza dì questi siti», spiegano i funzionali delle soprintendenze in una lettera aperta dove si contesta la scelta del ministero «si fruisce di una rete stradale che è tra le più inefficienti del Paese. Non sono pochi i casi nei quali per raggiungere monumenti anche di estrema importanza sono necessarie 4 o 5 ore di auto, quando non di cammino». In questo contesto così particolare è evidente che la soppressione di una delle due soprintendenze archeologiche sarde rappresenta un arretramento nell'azione di tutela, come era stata pensata alla fine degli anni Cinquanta. Quando il decentramento era stato vista come la strada giusta per sopperire meglio in termini operativi alla tutela di un territorio immenso e capillarmente diffuso. Una scelta irrazionale dunque quella del ministero dei Beni culturali che come scrivono i funzionari sardi «prosegue in una strada di anacronistico accentramento territoriale e di funzioni che è in netta controtendenza con la linea dell'intera Pubblica amministrazione a livello nazionale ed europeo». Anacronistica ma funzionale a sopprimere dirigenze locali per recuperare risorse da destinare al vertice di via del Collegio romano. «Se si vogliono recuperare posti dirigenziali», ha dichiarato però il sindacato Uil che appoggia la rivolta sarda «lo si faccia a Roma presso le strutture centrali o del ministero dei Beni culturali che non solo non si riducono ma crescono in termini numerici e in costi»