Erano le ore 22 del 9 gennaio 1679 quando a Messina sette «vastasi» trasferivano, alla presenza di una grande folla e dei maggiorenti della città - sgomenti spettatori di questo gesto efferato -, dalla piazza della cattedrale al palazzo del vicerè, tutto il materiale di archivio conservato nella torre campanaria della stessa cattedrale, simbolo ed emblema dello spirito municipale e della coscienza cittadina della comunità peloritana. Alcuni giorni più tardi il vicerè, che ne aveva ordinato la requisizione, portava con sé in Spagna tutti i documenti espropriando i messinesi della loro memoria. Con l'ingente patrimonio archivistico della città lo stesso viceré trasferiva in terra iberica anche la ricchissima biblioteca del duomo di Messina che custodiva, tra l'altro, la nutrita serie dei preziosi codici greci che il grande umanista Costantino Là-scaris (1434-1501) aveva legato alla città di Messina, e inoltre i documenti della cattedrale e quelli dell'archimanditrato del Santissimo Salvatore. Come si era giunti a questo epilogo e quali furono le motivazioni di questo editto vicereale è presto detto. Sono ben note le alterne vicende che opposero la Spagna e la Francia e segnatamente l'inetto Carlo II e il gagliardo Luigi XIV il «Re Sole», circa l'egemonia sulla Sicilia strappata con la Guerra del Vespro (1282) agli Angioini dagli Aragonesi e rientrata quattro secoli più tardi definitivamente nell'orbita spagnola. I messinesi si erano schierati contro la monarchia spagnola iniziando una serrata e tenace rivolta il 7 luglio del 1674 che approdò alla cacciata degli spagnoli dallo loro città seguita, quattro anni più tardi, dalla rioccupazione delle truppe di Carlo II e dall'insediamento del viceré Vincente Gonzaga il 15 marzo 1678. Iniziò così una feroce repressione che assunse proporzioni consistenti con il successore del Gonzaga, Francisco de Bonavides, conte di Santo Stefano, il quale dichiarò la morte civile della città espropriando la sua memoria con la confisca dei documenti che, oltre ad essere la radice della propria identità., ne provava i diritti e i privilegi, quelli cioè che l'avevano collocata in una posizione di preminenza rispetto alle altre città dell'isola. Il documento più significativo di questa pagina infausta della storia siciliana rimane il Testimonio del despojo de los privilegios de Medica... che non è altro che l'esecuzione dell'ordine di spoliazione dei documenti realizzata dal consultore di Sicilia don Rodrigo Antonio de Quintana: (...) Con questo eclatante e singolare esempio di distruzione delle cellule della memoria - un caso di lobotomia a tutti gli effetti Messina risultò «morta civilmente e indegna di ogni onore». (Perché) gli archivi (sono) da una parte memoria dello Stato, dall'altra autocoscienza della società civile. È ben noto come da sempre gli archivi sono stati considerati in stretta correlazione e funzionalità all'esercizio del potere e a coloro che ne detenevano la titolarità. Basti pensare ai grandi depositi archivistici che per le grandi civiltà, gli scavi archeologici hanno messo in luce da Ras-Shamra in Siria, a Ur, Alalakh, Larsa per la civiltà babilonese, a Baghankoi per quella ittita, a Nyssa, e via elencando; non senza fare un cenno alle ricche seriazioni di papiri greci, romani e bizantini di provenienza egiziana. Anche le città greche possedevano archivi analoghi a quelli dei regni orientali; lo stesso termine «archeion» è all'origine della terminologia che viene usata in quasi tutte le lingue del mondo per designare gli archivi. Comunque ciò che conta è che questo ricco materiale restituito dagli scavi, sia esso di carattere amministrativo, economico, finanziario, religioso, è sempre di stretta pertinenza degli organismi preposti al funzionamento dei regni e delle loro istituzioni. Ma è solo con l'Alto medioevo che ci sono pervenute le più antiche testimonianze dei nostri archivi: ne costituiscono prove di rilevante importanza i papiri ravennati, i documenti dello Serinium pontificio del Laterano, tra i quali i frammenti dei Registi di Gregorio Magno (590-604), i diplomi dei sovrani merovingi, i cartolari delle abbazie ecc. E nonostante la graduale eclissi della scrittura, la prevalenza della oralità e la itineranza delle corti, alcuni frammenti dell'ingente patrimonio archivistico altome-dievale è pervenuto sino a noi. non senza porre in adeguato risalto come siano state le chiese, strutture di evidente stabilità, ad assolvere a) compito di custodi di questi materiali tenuto conto che essi costituivano i titoli essenziali delle loro dotazioni, dei privilegi regi, della, mappa dei loro beni, i polittici appunto, strumenti di grande importanza dal punto di vista fiscale ed economico. (...) Bisognerà in ogni caso attendere la metà del XVI secolo per passare ad una nuova fase della storia degli archivi coincidente con l'istituzione degli archivi di Stato: l'Austria con l'ordinamento degli archivi imperiali. Napoli con la concentrazione degli archivi della Cancelleria angioina e aragonese (1540-1545) e di numerose amministrazioni, la Spagna con la riunione nel castello reale di Simancas (1567) di numerosi fondi provenienti dalle varie branche dell'amministrazione, Parma nel 1592, gli Archivi vaticani nel 1611. (...) In Italia, all'indomani del processo di unificazione politica, il problema che immediatamente si pose fu duplice: quello di far afferire sotto un unico ministero la pluralità degli archivi esistenti specialmente nelle capitali degli antichi Stati e quello di creare archivi in ogni capoluogo di provincia dando agli uni e agli altri la denominazione di «archivi nazionali». È ben noto come i vari progetti di legge a cominciare da quello di Nicotera (1877), Depretis (1881), Di Rudinì (1896) non giunsero in porto per cui permase inizialmente la vecchia situazione che poneva alcuni archivi con caratteristiche marcatamente culturali (Firenze, Lucca, Pisa, Siena, Napoli, Venezia, Mantova) sotto 0 ministero della Pubblica Istruzione e altri archivi con funzioni spiccatamente amministrative (Torino, Genova, Cagliari, Milano, Brescia, Modena, Parma, Palermo) sotto il ministero dell'Interno fino a quando non venne prescelto quest'ultimo ministero ad assorbire la competenza dell'intera organizzazione archivistica sino al 1974, data di istituzione del ministero per i Beni Culturali e Ambientali. (...) Esiste peraltro un secondo aspetto della funzione pubblica, ancorché non univocamente statale quanto gli esiti degli archivi, e che rinvia ai principi affermati con chiarezza e vigore tra '700 e '800 e di recente ripresi con novità di impostazioni e stimolanti percorsi. Ci si intende riferire all'essere gli archivi l'autocoscienza della società civile e, come tali, accessibili a tutti gli effetti alla collettività dei soggetti ad essi interessati.
Archivi, dove lo Stato non perde la memoria
Il 9 gennaio 1679, a Messina, sette vastasi trasferivano la torre campanaria della cattedrale e il materiale di archivio conservato nella stessa, simbolo e emblema dello spirito municipale e della coscienza cittadina della comunità peloritana. Il vicerè, che ne aveva ordinato la requisizione, portò con sé in Spagna tutti i documenti espropriando i messinesi della loro memoria. La biblioteca del duomo di Messina, che custodiva preziosi codici greci, fu trasferita in terra iberica.
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