Per chiarriva dall'autostrada dopo un labirinto di provinciali, Ginosa appare come una tetta bianca sulla quale svetta l'orribile palazzo Giancipoli. Fu edificato negli anni Settanta e per essere al limite dell'area antica incombe con la sua bruttezza sul nitore della calce. Ci si precipita a perdifiato verso ponte San Leonardo, nella valle che fa da grembiule al paese. Intorno scivola il torrente Lagnone, oggi in secca, ma talvolta, d'inverno, così imprevedibile da riempirsi fino a cinque sei metri di acqua, melma e detriti. Sulla destra dunque il quartiere San Leonardo, con le prospettive di case bianche e digradanti e a sinistra, oltre la cresta del paese dominato dal convento degli agostiniani, dalla chiesa dei Santi Medici e dalla Ginosa ottocentesca e moderna, i due sprofondi che sono diventati anche quartieri neolitici e poi peuceti e infine basiliani di Rivolta e di Casale. Ci accolgono il sindaco Gino Montanaro e parte della sua giunta, ci rinfreschiamo in quest'afa al «Cafè noir» con quello che da noi chiamano sciacquetto, acqua minerale e granita. Il sindaco mette subito le mani avanti, ci sono grossi problemi per acquisire dai privati le quote individuali di proprietà del castello. Ci sta provando, dice, per portarvi il museo, con i reperti affiorati dagli scavi di piazza del municipio. «Il nostro impegno - sostiene - è portare dalla Marina i turisti, fino alle gravine. Nove bandiere blu serviranno anche a qualcosa. In fondo dallo Ionio ci separano venti chilometri di strada molto comoda». UN CAMMINO DI FEDE Ad accompagnarci oggi sarà un giovane educatore minorile che lavora presso la casa alloggio di Ginosa, Gino Ribecco, un gigante che d'estate fa il bagnino a Ginosa Marina. Ribecco è convinto che il vero museo sia la città, con le sue gravi, i suoi siti archeologici, i suoi monasteri rupestri, i suoi scoscendimenti ciclopici, le sue cripte, Ginosa, a suo dire, è tutto un cammino di fede, con le sue cripte, le sue chiese, i suoi romitori. Lambendo il convento e un originale museo storico del barbiere, precipitiamo per via Matrice fino alla chiesa Madre. Su una cripta basiliana dove secondo la tradizione avrebbe dimorato San Pietro nel suo passaggio verso Roma, sorse una chiesa medievale che fu rifatta in età rinascimentale dai francesi .Non a caso sulla facciata esterna un affresco raffigura San Martino di Tours nell'atto di tagliare il mantello. L'interno a tre navate ampie e sontuose è in restauro. I sondaggi della Sovrintendenza hanno messo in luce una ricca veste di affreschi del Cinque e del Seicento. Oggi la chiesa è dedicata alla Madonna del Rosario e a quella del Carmine. Ma anche all'annunciazione, come dice un dipinto del 1647 di scuola napoletana che cita i quattro committenti della nobile famiglia Scorpione. Così l'ingresso principale della chiesa dice che è adibita per matrimoni, mentre il laterale la dedica ai funerali, perché sull'architrave dell'ingresso una scritta messa in bocca a un defunto ammonisce: «Quod es fui quod sum eris», ovvero sono stato ciò che tu sei oggi, ma tu sarai ciò che io sono già. In faccia alla cattedrale c'è lo strapiombo del Casale. Sulla sinistra, dove il Lagnone fugge verso Taranto, un enorme anfiteatro naturale ospita l'annuale Passio Christi. Sulla parete opposta si leggono le tre navate della cripta dirupata di Santa Domenica con l'affresco dell'Ecce Homo. Unico affresco rimasto in vita, perché tutti gli altri, quelli di San Leonardo, di San Vito e di Santa Sofia sono stati strappati dai ladri. Al fondo della grave Pasolini girò alcune scene del Cristo. Vi fece esplodere del tritolo per simulare un terremoto. CINQUE LIVELLI DI GROTTA Ribecco ci invita a visitare il frantoio oleario del castello, i magazzini, le stalle ciclopiche, antri e caverne ricavati nella roccia e adibiti più tardi a cisterne, ma dapprima carceri scavate nella pietra, con una grata di ferro per lasciarvi passare l'aria. Appartengono oggi a un privato che le ha acquistate da pochi anni. Sulle grotte si leva il castello. Costruito verso il 1080 da Roberto il Guiscardo, serviva come piazzaforte per la difesa contro gli Arabi, e per meglio far fronte ai nemici con le fortificazioni estese da Ginosa a Massafra, da Castellaneta a Mottola. L'imponente edificio è costruito sulla sponda della gravina e solo la parte superiore si affaccia sul ciglio, a livello dell'attuale Corso Vittorio Emanuele, dove è l'ingresso principale, col breve ponte in pietra. La parte posteriore del castello, a base trapezoidale, è a strapiombo sulla gravina e all'esterno non ha subito modificazioni. Il Castello aveva tre torri merlate oggi incorporate nel complesso trasformato e in attesa di restauri. Ed ecco sotto di noi il villaggio neolitico di Rivolta. Cinque ordini di grotte abitate da monaci di San Basilio prima e dì benedettini poi. Da qui parte infatti la comunione di fede che unì San Pietro a San Giovanni Scalcione di Matera. Abbiamo appena il tempo di visitare uno dei panifìci più antichi del posto. Un forno a legna che serve tutta Ginosa, la Ionica, il parco del Valentino. Peppe Piccolo ne è gestore orgoglioso. Sedici persone impegnate nell'impresa, uno dei miracoli di questo paese che aspetta un rinascimento ambientale e culturale.