« L'annuncio, per chi conosce Nicola Spinosa, vulcanico soprintendente per il Polo museale napoletano, è di quelli che devono essere costati lacrime e sangue. Una vita intera dedicata alla città, alla conservazione e alla valorizzazione dei suoi tesori artistici, e proprio quando si avvicina la scadenza del suo mandato - il professore lascerà il Polo per limiti d'età nel 2010 - arriva la dichiarazione di abbandono. «No, per carità, non è una resa - precisa Spinosa - non ho intenzione di tirare i remi in barca, anzi, voglio continuare a remare per Napoli e con Napoli. Lo farò da pendolare. È solo che il mio rapporto d'amore durato oltre sessant'anni con questa città si è interrotto. E dunque andrò a cercarmi un altro amore che mi faccia dimenticare il primo. Anche se, si sa, il primo amore non si scorda mai». È una decisione condizionata anche dalle difficoltà a reperire finanziamenti per l'organizzazione delle manifestazioni per il cinquantenario dell'apertura al pubblico di Capodimonte? «Lavoro al progetto con pochissime risorse finanziarie, è vero, ma non è questo il punto. Anzi, la difficoltà fa parte del mio lavoro. È bello credere in un progetto e realizzarlo superando mille ostacoli. Certo, sono anni che chiedo alla città di collegare meglio il museo, che è lontanissimo da Napoli e assediato dal degrado delle periferie, come una bella cattedrale nel deserto. Ma il problema è più generale e riguarda l'imbarbarimento della vita civile di questa città, che non assomiglia più a quella nella quale ho vissuto la maggior parte dei miei anni». Cosa è cambiato? «Napoli è diventata una città di caste chiuse, che non comunicano più tra loro. Ognuno di noi è diventato una roccaforte rispetto agli altri, una torre difensiva o offensiva, a seconda dei casi. Anche quando vado a parlare con i politici e gli amministratori di questa città, sono costretto a constatare che non c'è dialogo tra di noi, perché c'è difficoltà a ragionare, da entrambe le parti, in termini di interesse comune». Un bilancio, amaro, dunque? «C'è molta amarezza, certo. Non è consolante pensare che dopo tutto quello che ho fatto per questa città sono costretto a fare l'esiliato. Ma non c'è rassegnazione. Sono un amareggiato arrabbiato, anzi "incazzato" è la parola giusta. Sono costretto a guardare Napoli da lontano, dalla finestra del mio ufficio, perché la città è diventata invivibile ed è diventato pericoloso avvicinarla. I rifiuti in questa città ci sono sempre stati. Ma la monnezza di una volta era il sintomo di una straordinaria vitalità, coi suoi inevitabili residuati, la monnezza di oggi, invece, è solo segno di degrado». Colpa di chi amministra? «Non solo. La situazione di Napoli è il risultato dello scollamento tra le esigenze della città, il lavoro degli amministratori che non è in sintonia con queste esigenze e il contributo dell'inciviltà di noi napoletani». Quando e dove andrà a vivere? «Mi trasferisco appena concluse le celebrazioni per Capodimonte. A Roma, provvisoriamente, poi non so. L'esiliato sa sempre da dove è costretto a scappare, ma spesso non sa dove andrà in esilio».
SPINOSA- Lascio Napoli e mi trasferisco in un'altra città.
Nicola Spinosa, il soprintendente del Polo museale napoletano, ha annunciato di abbandonare la città per motivi di età. Ha spiegato che il suo rapporto con Napoli si è interrotto e che non vuole continuare a lavorare in una città che non gli piace più. Ha anche criticato la situazione di Napoli, descrivendo la città come "invivibile" e "pericolosa" a causa della monnezza e della degrazione. Ha accusato gli amministratori della città di non essere in sintonia con le esigenze della città e di contribuire allo scollamento. Ha anche criticato la civiltà napoletana, descrivendo i napoletani come "caste chiuse" che non comunicano più tra loro.
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