Insegna diritto amministrativo all'Università di Bologna ed è direttore della rivista online «Aedon», autentica bibbia per tutti gli aspetti inerenti la legislazione e il diritto dei beni culturali. Tema, quest'ultimo, Su cui Marco Cammelli ha anche recentemente pubblicato un libro insieme a Carla Barbati e Gerolamo Sciullo ( diritto dei beni culturali, il Mulino, pagg. 264, 20,00), raccordando lo scenario dei beni culturali con la transizione, ora in corso, della forma dello Stato: dal modello unitario e napoleonico ai modelli di Stato regionale e federale. Professor Cammelli, per gli statalisti convinti lei è come l'acqua santa per il diavolo, la considerano un pericoloso regionalista. Né regionalista, né statalista, perché ragiono in termini di sistema. Dico solo che il centro di cui il sistema dei beni culturali avrebbe un gran bisogno, oggi non c'è. Intendo dire un centro che davvero tenga le fila della situazione, dove ci sia cooperazione in senso stretto. Un centro che si preoccupi di indicare gli standard, che sia in grado di gestire un completo sistema informativo, di elaborare .gli indirizzi in settori cruciali come il restauro, la conservazione, la catalogazione, ma che sappia anche intervenire sull'emergenza. Oggi si vede ben poco di tutto questo, perché è scollato dalla periferia. Una chiusura, va notato, più politica che dei funzionali. Il quadro normativo, già molto dinamico negli scorsi anni, sta ulteriormente cambiando, con il nuovo Codice dei beni culturali, la riforma-bis del ministero. Sono strumenti che rispondono alle esigenze da lei delineate? Non mi sembra proprio, per il semplice motivo che sono stati concepiti a partire dall'idea che l'obiettivo debba essere l'autosufficienza del sistema statale dei beni culturali: più Stato è uguale a un sistema più soddisfatto ed efficiente. E dove sta il tranello? Innanzitutto si contraddice il concetto stesso di sistema che è relazione tra più soggetti e poi lo Stato da solo non ce la fa. Eccolo lì il tranello: l'unilateralità di questa visione. Se il centro adotta un approccio unilaterale, si apre una pericolosa dissociazione con le politiche locali, con il rischio che queste ultime si prendano, prima o poi, rivincite improprie: magari agevolate da condoni varati dalla legislazione nazionale. Per non dire che in nome dell'unitarietà si concentra l'intera materia sull'amministrazione statale, la si sovraccarica oltre ogni limite infilandosi in un vicolo cieco. Non c'è scampo, insomma, se non quello di trasformare le cose al proprio interno. Trasferendo la gestione di beni ad altri soggetti pubblici: vedi la Patrimonio Spa; oppure a organismi misti pubblico-privati: fondazioni o società; o magari adottando soluzioni speciali rispetto all'assetto ordinario: non sono forse tali i poli museali? I rischi che si era creduto di cacciare dalla porta rientrano dalla finestra. Quale alternativa suggerisce? Le questioni complesse non hanno mai soluzioni semplici. E l'ordinamento dei beni culturali e paesaggistici è tra le più complicate, per almeno tre buone ragioni. Innanzitutto questa materia è un formidabile intreccio di interventi interni cominciando da tutela e valorizzazione e di politiche pubbliche che incrociano il settore, dalla pianificazione territoriale ai lavori pubblici, alla formazione superiore e professionale, al turismo eccetera. Dunque, ed è la seconda ragione, è necessaria una correlazione con l'azione di Regioni ed enti locali cui tali competenze sono intestate; ma nello stesso tempo i beni culturali vanno protetti dall'eccessiva prossimità a interessi, per lo più economici, e potenzialmente aggressivi. La terza ragione è che il settore dei beni culturali presuppone una gestione statale o locale che sia comunque decentrata. Il che impone tuttavia un centro in grado di indicare i criteri guida e di regolare in tal modo l'attività di una pluralità di sedi operative (dalle soprintendenze alle amministrazioni locali, dai privati agli enti ecclesiastici), garantendo, insieme, qualità di interventi e omogeneità di azione. A questo si aggiunga che la nozione di bene culturale si è enormemente dilatata, che la gestione è molto di più della semplice conservazione, e che ora c'è anche il nuovo versante della valorizzazione. Il tutto innestato in un ordinamento generale che ha adottato una forma di Stato non propriamente federale, ma che è certo a forte pluralismo istituzionale e amplissimo decentramento amministrativo. Eppure, nel corso dei-Pestate abbiamo letto più di un intervento allarmato per i rischi di devoluzione alle Regioni dell'intera materia dei beni culturali. Il dibattito estivo è stato emotivamente surriscaldato e ha avuto qualche caduta di stile. Presupposti che non concorrono a trovare le soluzioni migliori. Per esempio, ho collabo-rato con la Regione Toscana per un progetto di autonomia speciale prevista dall'articolo 116, comma 3, della Costituzione. Può piacere o non piacere, ma varrebbe proprio la pena discuterne razionalmente. Dove sta, secondo lei, il punto di equilibrio? Credo fermamente nella cooperazione tra i diversi soggetti, il che presuppone la necessità di attribuire funzioni distinte a ciascuno di essi. Dove le funzioni non ' possono essere differenziate, si può arrivare alla codecisione. Sempre premettendo che la tutela è compito dello Stato, ma che insieme la sua gestione dovrà essere condivisa anche da Regioni ed enti locali, e che indirizzi e standard possono nascere solo da un dialogo tra centro e periferia. In più, con il disegno di legge governativo del 16 settembre 2003, di riforma di tutta la Costituzione, è stato riconfermato il grande riparto di funzioni in materia tra Stato e Regioni. Non c'è scelta: o si disarticolano i beni o si coopera nelle politiche.